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giovedì 16 luglio 2020

Luigino Cossu: due parole per un Canto

Lo avevo invitato nel 2017 a visitare il “Museo Tematico all’Aperto” a Balascia e, puntualmente, si era presentato assieme al fratello e il padre.

Li accompagnai a visitare tutti i monumenti cogliendo l’interesse e l’ammirazione del gruppo e, in particolare lo sguardo fisso e interlocutorio di Luigino …  si, sto parlando di Luigino Cossu il giovane, nato ad Ozieri nell’Agosto del 1975, il quale abbraccia la non facile eredità canora dell’omonimo nonno, nato a Trinità d’Agultu nel 1898 e dotato di particolare attitudine al canto.



Luigino ci ha indirizzato una delle sue opere canore, molto sentimentale e dal significato importante e profondo, che abbiamo ascoltato e ascoltiamo con piacere. 

L’abbiamo voluta inserire nel nostro Blog 

https://drive.google.com/file/d/1GQDUhrySUAPLyv4bGX_RDAu5k43YO7zl/view?usp=sharing

affinché tutti gli amici che ci seguono possano beneficiarne e condividerne virtù e intenti.

 

Ascoltiamo il pezzo intonato dal nostro cantante idealmente nel Museo di Balascia tra lecci e graniti, i ruderi antichi del nuraghe Ruju, le tracce delle fatiche umane messe nuovamente a nudo dal nostro impegno, tra le figure umane che ci hanno preceduto, anch’esse esprimendo al meglio le doti che per dono hanno ottenuto.

 

In questo campo Luigino, fin da ragazzo, ha operato frequentando oratorio e maestri di canto, esibendosi in piazze e palcoscenici. Ha fatto sodalizio con altri gruppi di pari interesse, ha pubblicato dischi portando il suo repertorio a un numero considerevole di opere conservando lingua, arte e tradizioni.

 

Stiamo attraversando un momento assolutamente difficile, forse il più difficile della storia, ingigantito da disimpegno, lassismo e degrado culturale, economico, sociale e ambientale. Potrebbero le arti e le passioni di pochi far scoccare nell’umanità una scintilla di ripensamento tale da indurre ognuno a frugare, cercare dentro se stesso un briciolo di quella serenità, di quell’appagamento che si va pretendendo da altri e altrove, a volte senza misure o riguardi?

 

La Natura che ci circonda è la migliore culla che ci è stata donata per il primo vagito, per il primo riposo, per il primo richiamo di bisogno; se non l’avessimo avuta non saremmo qui e quando, mai lo voglia Iddio, l’avremo desertificata, noi non ci saremo già più.

 

Il canto di Luigino, che fa eco ai graniti millenari, porrebbe essere portatore di tale messaggio e noi semplicemente lo abbiamo accompagnato da alcune immagini delle realtà museali che si susseguono lungo i percorsi naturalistici che si snodano nell’area della nostra “IDEA”.


Paolo Demuru


E' possibile visionare il curriculum artistico di Luigino Cossu al seguente link:

https://drive.google.com/file/d/1ZOpfMU0JQUjlxxJHvSjg4vgQH2XqEkFH/view?usp=sharing








domenica 22 marzo 2020

A Nostra Signora di Balascia



A N. S. di Balascia

O Tu  che dall'eremo granitico
miri limpidi cieli
e verdeggianti tutt'intorno i boschi
esprimendo felici
vivo sentimento di Madre Natura;
qui dalla preistoria l’uomo
s’inchina alle Sue note
ed ai sacrifici piega la fronte.
Tu, benigna ascolta
l’affanno che il morbo ci comporta,
presto n’allevia i dolori
e l’ansie a noi riduci.
Passata la tempesta,
instilla in tutte le genti bisognose
rispetto dell’ambiente vivo e sano
a si che ne goda spirito e corpo.
Rincuorati e forti
sarà sorriso a colui che sorride,
poesia ciò che circonda,
canto se s’innamora;
ascolta Nostra Signora.

Paolo Demuru

venerdì 12 luglio 2019

Oggetti curiosi del passato


Li Bucugnuli


Certi oggetti del passato non godono più di notorietà, anzi, una volta usciti dall’uso comune rischiano di scomparire per sempre. Anche quelli dell’immagine potrebbero essere in odore di scomparsa.
Per questo motivo li ho cercati, in un cassetto che apro sempre di rado e li ho recuperati, giusto per questo scatto. Ma, di che cosa si tratta?

"Li bucugnuli" erano ricavati da legno vario, corbezzolo, erica, olivastro o altro legno disponibile nell’area interessata, per meglio dire pascolata, poiché siamo in campo agropastorale, e a costruirli era proprio il pastore nei momenti in cui conduceva il gregge (caprino) al pascolo.

Tali manufatti si completavano con una fune (originariamente) di orbace attorcigliata su se stessa e resa solidale alle due estremità del particolare legno. Esso era scolpito dall’abile mano del capraro con il suo coltellino bene affilato che teneva sempre in tasca ed era subito pronto all’uso. Andiamo ora a scoprire proprio quest’uso.

I capretti destinati a vita, cioè a rinfoltire il gregge, venivano affidati alle madri al pascolo ma, per fare si che tutto il latte non fosse da essi succhiato, il pastore collocava il famoso oggetto fra le sue mascelle assicurandolo con la corda in orbace alle proprie corna che andavano prendendo forma. Fino allo svezzamento il capretto doveva sopportare, di notte e durante il giorno (dopo la poppata mattutina e serale, quindi), questa sorta di ciuccio o succhiotto o cilicio (direbbe il capretto) per preservare più latte al pastore.

Era una distrazione, un passatempo, anzi un impedimento, inventato con l’arte della pastorizia stessa e tenuto in uso (nei piccoli greggi) fino a parte del secolo scorso. Forse poco pratico quando si tratta di gregge numeroso, considerato il prezzo del latte e il tempo impegnato per l’applicazione. 

Oggi mungitura e altri impegni sono più razionali; risolti con macchinari che tengono conto di tempi e quantità, costi e ricavi immediati. I tempi e le misure sono altri, lo spazio per la storia e ben poco, travolto dal frastuono del presente e il futuro è spesso tra le nebbie, le interminabili chiacchiere e le promesse articolate che non si avverano quasi mai.

Paolo Demuru


venerdì 10 maggio 2019

L’ombra della luna



Quando ero bambino si era ancora soliti sedersi le sere d’inverno presso il camino acceso a sgranocchiare arachidi o arrostire castagne sotto ceneri e carboni roventi. La luce, a volte scarseggiava, o era solo quella del fuoco, acceso per cuocere vivande e per creare un angolo caldo che conciliasse la riunione della famiglia dopo cena.

In quei momenti le persone più anziane erano solite ricordare eventi del loro passato, vissuti o tramandati oralmente. Si trattava sovente di eventi tragici, ironici, intrecciati di fantasmi ed eroismi, spesso gonfiati dal recitante del momento; si trattava di intrattenere i bambini e conciliare sonno agli adulti che, spesse volte, organizzavano l’andata a dormire prima della fine della novella.

Fra le tante me ne viene alla mente una risalente a parecchi anni prima che io nascessi...
Erano i tempi in cui la strada Oschiri-Tempio era piuttosto giovane ( forse trentenne, si ricorda che detta via era stata aperta intorno al 1870) e da Tempio scendeva a passo non certo sostenuto un uomo sulla cinquantina. Era da parecchio tramontato il sole quando aveva superato le ultime case della cittadina ma la notte era stellata e poi la luna, non ancora sorta, avrebbe schiarito la via larga e sgombra da mezzi. Superato l’abitato di Fundu di Monti si apprestò ad affrontare le ultime curve, in ombra prima di raggiungere  L’Utaru, l’attuale Passo del Limbara. Doveva raggiungere l’Agnata, località non distante dalla cantoniera di Gaddhau.

Arrivando al detto passo si trovò la luna al fianco sinistro, tutta d’argento, con il suo sorriso malizioso come quello di chi fa promesse sicure ma da onorare sempre in data da destinarsi. Il passante calzava scarpe pesanti con la suola chiodata pantaloni di fustagno, la camicia bianca senza colletto a punte sotto un gilet (lu cansciu) di velluto e, infine, la giacca di velluto anch’essa. Portava sulla spalla sinistra una piccola bisaccia in lana bianca e con dei ricami a colori con all’interno poche  spese (l’ncumandìzii) appena fatte in città. Si era di mezza stagione, ma era prudente portare il capo coperto, specie se incombeva l’umore della sera; infatti, calzava il lungo cappuccio nero (la barretta) che li arrivava fino alle spalle.

Aveva con se un oggetto particolare, allora molto comune, di cui raramente si faceva a meno. Quest’oggetto infondeva sicurezza e solennità, esigeva riguardo e rispetto, era per così dire un amuleto. Era capace di dare coraggio e forza. Da molti era usato con grande rispetto e tanta cautela, da altri anche a sproposito. Era il suo fucile e lo teneva appeso alla spalla destra, sempre pronto per essere impugnato in maniera facile e veloce in quei momenti in cui l’uso o la difesa personale potevano essere ritenuti assolutamente necessari.

Ma torniamo al soggetto, ancora alle prese con la dolce luna del Passo che si apprestava ad avere proprio di fronte, quando per un involontario sguardo verso destra intravide come una figura scura dietro di se; sorpreso guardò la strada davanti a lui ampia e chiara, a tratti coperta di ghiaia granitica e, molto insospettito, sfilò l’orologio dal taschino del gilet. Abbassando lo sguardo  vide le due frecce sul dodici. Era mezzanotte, l’ora dei fantasmi, delle anime purganti e di non so quali altre incombenze che dissuadevano assolutamente dal farsi sorprendere in certi siti in quell’ora. Voltò, nuovamente, la coda dell’occhio con tanta circospezione e vide ancora la figura nera dietro di se ancora più grande e minacciosa di prima; sembrava raggiungere le sue calcagna, gli sembrò che stava per aggredirlo, agguantarlo, ingoiarlo... Non c’era troppo tempo da perdere: o vincitori o vinti. Scese l’arma dalla spalla e con fare deciso e rispettoso segnò  con il pollice destro una croce sulla base delle canne... sollevò i martelli, voltatosi di scatto scaricò, con tutta la potenza delle polveri contenute il carico di piombo che stava all’interno delle canne su quell’ombra silenziosa che lo seguiva.

Le pallottole roventi si infransero in infinite schegge sul pavimento duro della strada con atroce miagolio e l’uomo, riportata in spalla la sua arma fedele, riprese il cammino verso l’Agnata. Sicuro che il maligno non fosse più minaccioso dietro di sé proseguì senza dare peso all’ombra che lo seguiva ancora.

La luna si affaccia sempre sul passo del Limbara con la sua luce e forma ancora ombre impalpabili e innocenti come allora e qualche segno di piombo non manca.


Oggi, osservando il cartello che indica la località che sta sulla collina, ad ovest del passo impallinato, verrebbe da pensare: o qualche scheggia di quelle antiche pallottole ancora vaganti lo ha colpito, oppure qualche superstizioso dei giorni nostri ha pensato di sbarazzarsi di chissà quale maligno alla maniera del passato.

Paolo Demuru

martedì 19 febbraio 2019

L'aratro

L’aratro è sicuramente un’opera dell’ingegno umano fra le più antiche e fra le più degne di rispetto e osservanza; dal modello più semplice ci ha accompagnato per secoli, fino a quelli enormi e attuali che vediamo, sempre più di rado, sfrecciare tra le vie ingombre di veloci motorini e vetture varie e variopinte.

La storia antica si è fregiata, per così dire, di aratri in legno, tratti da un ramo contorto benché facile all’usura ma capace di tracciare un solco sul terreno ammorbidito dalle piogge autunnali e coprirvi i semi appena gettati. L’uomo, nel tempo, lo ha reso sempre più idoneo allo scopo e più duraturo. Appuntito e a base triangolare in modo da smuovere più terra e rivoltarla affinché il seme fosse più protetto e più a contatto della terra umida, facilitandone la germinazione in condizioni appropriate; vi ha, in seguito, protetto la parte appuntita calzandola con il vomere (l’albata), apposita camicia metallica, resistente all’usura e al tempo e conservando in legno le parti meno direttamente esposte all’impatto con il terreno.

Questo mezzo umile e semplice ha accompagnato per millenni i nostri predecessori. In molte aree del mondo fa ancora un tutt’uno con i contadini di oggi non ancora detronizzati e cancellati da colonizzatori-speculatori armati di rombanti mezzi capaci di travolgere la faticosa ma profonda saggezza contadina nel volgere di qualche stagione.

Ma più che alle sorprese economico-sociali che siamo soliti subire mi piace tornare all’aratro di un tempo, maneggevole e leggero, che quasi grattava o accarezzava la terra come per solleticarla ad essere generosa e prolifica, quasi per chiederle tante spighe turgide e curve per ogni chicco affidatole con trepida attesa. Si, questo mi piace pensare e scrivere: pensare alla terra appena arata, fumante al mattino novembrino come le narici dei buoi che traevano a passo lento quel semplice arnese che rivoltava la terra umida, scura e tiepida. Mi piace ricordare gli uccelli che a frotte si posavano sulle zolle sperando nell’incontro con qualche verme appena detronizzato o con  briciola di  tubero da poco messa a nudo. L’uso dell’aratro, questo e più di questo era capace di mostrare, suscitando fascino sempre nuovo.

L’aratro in legno ha piano piano ceduto il passo a quelli in ferro in certe aree meno di un secolo fà, ma credo che il ricordo non debba cedere il passo a nessuna invenzione dell’oggi e del domani, comunque ambita ed importante. La sua figura semplice e smaliziata, il suo servizio lungo e sincero sono stati la fiducia di infinite generazioni e per questo lo vogliamo ricordare oggi, se non altro nelle sue fattezze.


In Gallura gli aratri in legno più comuni erano due: l’aratro corso (aratu cossu) e l’aratro sardo (aratu saldu). Il primo, forse un po’ più rozzo aveva più parti aggiunte, appariva più pesante e più arcaico mentre il secondo era più sobrio, compatto, più leggero e risolto con  meno aggiunte. Le immagini delle miniature possono persuadere più di ogni descrizione lunga e noiosa.

Paolo Demuru

Esemplare di aratro corso (aratu cossu)

Esemplare di aratro sardo (aratu saldu)

martedì 22 gennaio 2019

Tu chi li sireni...(novella)

 A sinistra il poeta  tempiese Pasquale Ciboddo, 
al centro il monumento al cantore Luigino Cossu,
 a destra Paolo Demuru

Circa un anno fa essendo per un giorno a Tempio pensai di invitare l’amico poeta e scrittore Pasquale Ciboddo, cantore della natura, a trascorrere un pomeriggio nel mio “Museo Tematico all’Aperto” a Balascia in cerca di diversivo e forse di qualche immaginaria Befana persasi là, tra lecci e graniti.
La nostra passeggiata si svolse nelle solite piste comode e facili da superare anche nei punti di maggiore pendenza.

Una delle tante soste la facemmo presso il monumento a Luigino Cossu, re e maestro del bel canto gallurese; ricordammo la sua famosa disisperata e ne ripassammo il testo. Ziu Luiginu ci fissava con il suo sguardo di basalto e il suo riso malizioso, forse un po’ compiaciuto per avergli concesso un angolo sottovento rivolto verso La Trinitai da dove si era allontanato giovinetto per destinarsi a vivere in queste contrade. Qui coltivò la vita contadina e il canto spesso ricevendo i suoi amici, anch’essi dall’ugola dorata: Antonio Stefano Demuru e Mario Scano, confrontandosi spesso le rispettive forze canore. Qui anche noi confrontavamo i nostri commenti su questi personaggi, ormai del passato ma di cui ci piace tenerne vivo il ricordo, soprattutto delle loro virtù in materia d’arte canora. Quantomeno si erano spesi per esibire la loro dote e per lasciare a noi un esempio di  passione che ci onoriamo di ricevere e trasmettere.

Mentre trattavamo di queste cose ci colse una certa nebbia che ci avvolse profondamente isolandoci da tutto, perfino dal monumento che avevamo a pochi passi. Tra quella nuvola leggera e impalpabile sentivamo soltanto un leggero soffio di vento fischiare sulle cime alte dei pini in modo armonico e delicato e poi... una voce indistinta e soave che cantava deliziosamente questo sonetto. Non so quale dote io stesso debba ringraziare per essere riuscito a tenerlo a mente cosi chiaro da poterlo trascrivere integralmente...

Tu chi li sireni abbagli ‘n fundu d’ea
e di lu mari rifretti li spiragli
sei beddha tantu candu ridi e cagli
chi t’ama cali d’amà no n’à videa.
Intantu specchj illu celi profundu
la biddhesa toia e li sprandori,
regina di mari di tant’amori, 
di te già poni dì biddhes’amena;


di culori sei  spalta in tarra e celi,
e ni sei di la me ‘ita la cumpagna,
tristu pal cal’anda spaglendi veli
e pàldi di gudinni la cuccagna.

Pàldi gudinni lu meddhu trisoru
chi gagna ‘n valori la prata e l’oru.

Non si tratta di testo usato né conosciuto e ogni riferimento a vecchie opere è puramente casuale. La voce del cantore non era nota né era  chiaramente  o in qualche misura riconducibile ad alcuno conosciuto. Potremo ricondurla a qualcuno, non più tra noi, che pur avendone il bel dono non l’ha mai praticato o esibito in vita e ne ha voluto far dono proprio a me e all’amico in un momento di particolare trasporto? E il testo, a chi poteva essere rivolto? Ad una bella addormentata tra i lecci del “Museo” su un letto di lavanda e coperta di viole? La donna con la quale qualcuno trascorreva la vita e ne decantava grazie e virtù? La stessa natura incontaminata che qui abbraccia ogni cosa, persino il visitatore virtuoso che con garbo si appresta a mirarla chinando quasi il capo in segno di riverenza e rispetto? O la Madre di tutte le madri, che  dalla chiostra granitica protegge quest’area, come dono inalienabile alla vita? Beh, le domande sono tante e per me rispondere ad una sarebbe riduttivo per le altre; lascio la scelta al solerte lettore, che sono certo, sarà più acuto di me in questo caso.

Intanto che il canto si allontanava e la nebbia si diradava, pensavamo di aver percorso un lungo tratto di strada rapiti dalla profonda melodia; eravamo ancora a pochi passi da ziu Luiginu che non aveva cambiato per nulla la sua espressione. Io e l’amico, tornati sulla terra, scuotemmo entrambi il capo e prendemmo la via dell’uscita parlando d’altro che qui non tratto. E la Befana che in cuor nostro ipotizzavamo di incontrare? Ebbene, l‘avevamo proprio incontrata: era sicuramente in quella musica incantata che ci giungeva dalla cima dei pini, in quei versi accorati, nel verde dei lecci, nel grigio millenario dei graniti e, accolta, la portavamo con noi in un antro segreto del cuore.


Paolo Demuru

sabato 29 dicembre 2018

Il mio viaggio a Balascia. Articolo di Lorenzo Di Biase.

Di seguito un articolo scritto dal Prof. Lorenzo Di Biase, il quale riporta le sue riflessioni sul viaggio che lo portò a visitare Balascia.

Balascia, chiesa di San Giovanni, foto di Lorenzo Di Biase

Balascia, campanile della chiesa di San Giovanni. Foto di Lorenzo Di Biase.
Mi recai a Balascia per effettuare un servizio fotografico a me necessario in quanto sono l’autore del libro titolato “DON FRANCESCO MARIA GIUA. L’UNICO PRETE SARDO CONFINATO DAL REGIME FASCISTA”, edito dall’A.N.P.P.I.A. Sardegna nel 2010.

Il libro racconta le vicissitudini vissute dal prelato a seguito di una delazione circa un sermone da lui tenuto durante una messa domenicale nella chiesetta di Balascia, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. Questo fatto fu portato alla conoscenza dei Reali Carabinieri di Ozieri che istruirono la pratica, dopo aver raccolto la denunzia di un abitante della piccola frazione montana. Denuncia che però fu rafforzata dal fatto che alla fine furono ben quattro abitanti che la firmarono. Alla fine  la Commissione Provinciale per l’Ammonizione ed il Confino di Polizia riunitasi a Sassari, nel Palazzo della Prefettura, in data 19.06.1940 condannò Don Giua, che continuava a dichiararsi innocente, a due anni di confino di polizia da scontare in Basilicata nella località di Pisticci. Don Giua venne accusato di disfattismo e di essere pericoloso in linea politica. Egli partì dunque per l’esilio anche se in seguito la Commissione per l’Appello ridusse la condanna ad un solo anno.

Dunque il fascismo irruppe prepotentemente nel piccolo borgo di Balascia, un luogo montano della bellissima Gallura composto da un modesto raggruppamento di case e di abitanti all’epoca tutti dediti alla pastorizia e all’agricoltura. Un luogo isolato in cui domina la pace con una natura ricca ed affascinante in cui gli alberi e gli arbusti sardi spadroneggiano indisturbati anche se spesso sono piegati dalla forza del vento, che riesce persino a modellare i maestosi graniti galluresi.

Vi arrivai una domenica mattina d’inverno. Una mattina carica d’umidità e di nebbia ma senza pioggia. Il cielo risultava coperto da uno spesso strato di nubi. Insomma, una tipica giornata invernale davvero fredda e certamente non invitante per gite fuori porta. Attraversai il paese di Oschiri senza incontrare né traffico né persone. Qua e là mi imbattevo in un bar aperto ma non si vedeva nessuno, perché alcuna persona si avventurava in giro per le strade ed i marciapiedi risultavano desolatamente vuoti. Inforcai la strada statale per Tempio Pausania e su un ponte oramai datato attraversai il lago del Coghinas coperto da una fitta nebbia che pian pianino cercava di salire verso l’alto, verso i monti. In effetti l’acqua neanche si vedeva e sembrava di galleggiare su un mare di nebbia. Il silenzio era inquietante. Io continuavo a procedere con un’andatura lenta per godermi lo spettacolo della natura ma con una certa paura dettata dall’essere circondato dal nulla. Anche gli  animali erano spariti. Nessuna traccia di mucche né di pecore e neanche di uccelli. C’era il vuoto! Tutto evidentemente era ancora addormentato. Per altro io non sapevo di preciso dov’era la strada per Balascia se non un generico indizio che prima o poi avrei trovato una indicazione. E così fu. Dopo aver lasciato alla mia sinistra una casa abbandonata e aver effettuato un imprecisato numero di curve davvero impegnative raggiunsi il Passo del Limbara e subito dopo svoltai a sinistra alla volta di  Balascia. La strada era indicata da un cartello di colore bianco riportante BALASCIA con una  scritta in nero. La percorsi. Era decisamente stretta ma asfaltata, circondata da maestosi graniti e da una fitta vegetazione tipicamente sarda, che mi portò ad un agglomerato di case, una ventina ad occhio e croce, e alla Chiesa di San Giovanni Battista, piccola ma accogliente e direi decisamente carina. Qui trovai parcheggiate un paio di autovetture. Tutte le case rigorosamente chiuse, così come anche la chiesetta. La nebbia che ancora opprimeva il paesaggio. Ma almeno c’era segno di vita. Un paio di cani abbaiavano in lontananza, sicuramente disturbati dal passaggio della mia autovettura.
Pensai di aver fatto un viaggio a vuoto. Sicuramente ero partito molto presto ed arrivai a Balascia attorno alle nove e un quarto del mattino. Girai a piedi nelle stradine del borgo per poi convergere sul sagrato della chiesa e lì pensi a Don Giua. Alla sua omelia domenicale innanzi ad ottanta persone ed alla sua frase incriminata “l’Italia era alla vigilia della guerra la quale sarebbe stata guerra di distruzione dell’umanità”. Lui inoltre era solito trattenersi a fine messa per parlare coi fedeli, per scambiare quattro chiacchiere prima del pranzo domenicale. E lì parrebbe che egli, quasi proseguendo il suo sermone, disse che per evitare la guerra “bastava eliminare Hitler e […]”.
Pensai che queste affermazioni certamente non potevano recar alcun danno al potente regime fascista. Quale rovina poteva arrecare un umile prelato di campagna al potente regime fascista?  In effetti poi un uomo di chiesa com’era Don Giua non poteva che sostenere che la guerra portava lutti e distruzione e dichiararsi a favore della pace. Dubito poi seriamente che la frase su riportata e pronunciata nel sagrato della chiesa possa essere stata per davvero detta dal sacerdote. Ma tant’è. Il pugno duro del regime si abbatté senza nessun tentennamento a Balascia schiacciando sia l’uomo che il prete che fu sradicato dalle sue abitudini quotidiane per venire prima arrestato e poi tradotto a Pisticci con i ferri ai polsi, circondato da un nugolo di Carabinieri e di Camicie nere, come se fosse un delinquente della peggior specie. Perché per il regime fascista gli oppositori politici erano peggio dei delinquenti comuni. Venivano considerati degli appestati e come tali isolati.
Balascia è tutto questo per me. E’ sì un borgo ameno, sperduto nei monti galluresi, ricco di una splendida  natura selvaggia. Ma per me è anche un luogo carico di storia dove è stata scritta una oscura pagina a cura dell’imponente macchina repressiva fascista. La delazione. La denuncia. L’arresto. Il confino. Un curato di campagna contro Mussolini. Allora vinse Mussolini. Ma Don Giua rientrò dal confino per riprendere il suo incarico di vice parroco ad Oschiri anche se poi fu trasferito a guidare la parrocchia di Nughedu San Nicolò sino al suo pensionamento. Ma egli rimase sempre legato ad Oschiri al punto che nel suo cimitero riposano le sue mortali spoglie.
Lorenzo Di Biase


venerdì 29 giugno 2018

Progetto culturale in difesa dell'ambiente nel nostro Museo all'Aperto

Testo poetico in Gallurese


Con questa prima epigrafe su lastra di rame abbiamo dato inizio al nostro progetto culturale relativo all'esposizione, all'interno del nostro Museo all'Aperto, di poesie o sillogi riguardanti la natura, affinché il Museo diventi anche un luogo di riflessioni riguardo al rispetto e alla difesa dell'ambiente.




mercoledì 20 giugno 2018

Questa mattina... in un sogno...Il Mulino ad acqua

Idealizzazione di uno spaccato del mulino idraulico costruito dal Cav. Bua sul torrente Lu Riigghjolu alla fine dell'800.

Questa mattina mi sono svegliato piuttosto presto, ho guardato l’ora e mi sono permesso di indugiare ancora un po’ a letto e un sonno leggero mi ha pervaso; quel sonno mattutino che spesso si carica di riflessioni, di rimembranze, di sogni che appena svegli si dimenticano. A me il sogno di questa mattina è rimasto impresso e ve lo voglio brevemente riepilogare. Forse non godrà l’interesse di molti, ma quello mio personale e quello di un certo ragazzo sicuramente sì: si tratta di un fanciullo che già è venuto a rendere il mio sonno vagamente impegnato altre volte, in passato.

Questa mattina mi è dato di incontrarlo indaffarato presso un minuscolo ruscello che a maggio, in quei piovosi anni cinquanta ancora scorreva vivace, superando pendii tra rapide, cascatelle e qualche breve ansa, presso la casa in cui era nato e vi aveva trascorso appena un paio di lustri. Incontrato, come ho detto, alle prese con un tronco di canna che aveva spaccato e intendeva usare per prelevare dell’acqua prima di una cascatella ed incanalarla a modo di acquedotto.

Aveva sistemato le due canne in posizione di tegola per trasportare l’acqua il più lontano possibile, sì da farle fare un bel salto, o cascata. Per sostenere l’acquedotto pensile aveva usato forche di legno conficcate all’estremità inferiore nella terra umida ai margini del piccolo corso d’acqua. Osservò il liquido scorrere nelle canne che dopo un certo salto già scavava la sabbia umida fra il crescione e la menta che vi erano verdi e tenere. Vi pulì accanto un piccolo spiazzo e corse verso casa, pensando ad una prova, anzi, ad un collaudo vero e proprio. Cercò, frugò in un nascondiglio segreto a fianco del muro che si trovava all’interno dell’orticello che fiancheggiava la sua casa e ne trasse un modesto marchingegno in legno e sughero; collocatolo sotto il braccio destro corse al ruscello.

Collocò il manufatto a fianco all’acqua che scendeva trasparente dalla canna che già schizzava sui cucchiai in legno collocati sulla circonferenza di una ruota in sughero che subito cominciò ad accennare la sua rotazione che attraverso l’albero doveva far muovere un semplice ingranaggio atto a trasformare il movimento orizzontale in verticale.

In cima all’asse verticale vi era solidale una ruota piena che ruotava a contatto dell’altra inferiore fissa attraverso la quale passava l’alberino in movimento. Il collaudo che si aspettava non aveva tradito, si era manifestato secondo le sue attese, almeno finché il legno ed il sughero non avevano assorbito tanta acqua da  rallentarne o impedirne i movimenti.

Mentre il fanciullo si godeva lo spettacolo, ripagato e soddisfatto, vide in lontananza il proprietario dell’area che approssimava e sarebbe passato proprio in quel punto. L’imbarazzo fu tanto, pur sicuro che non l’avrebbe ripreso. Non voleva, in ogni caso,  affrontare il confronto diretto e si nascose dietro un giovane ilatro, coperto abbondantemente di ‘itialva (clemàtide) che lo rendeva quasi impenetrabile.

Da quella posizione, sicuramente non visto, aveva osservato l’uomo, poco più che cinquantenne, avvicinarsi al guado e, sul punto di allungare il passo per saltare il rigagnolo fermarsi un attimo, osservare il manufatto in movimento con una smorfia compiaciuta, tra le libellule nere che volavano indifferenti. Quando l’uomo era ormai scomparso dalla vista il giovinetto tolse le canne, e le strinse con una mano, prese sottobraccio il prototipo gocciolante e scappò velocemente verso casa. Era soddisfatto di avere riprodotto in miniatura il mulino idraulico che per mezzo secolo vi aveva girato a poche centinaia di metri.

Per me il sogno mattutino, che per un attimo mi aveva portato in una lontana e nostalgica realtà, svanì consegnandomi a ben altre premure.


Paolo Demuru

giovedì 7 giugno 2018

La mandria di Balascia (la mandra di Balascia)

La Mandra di Balascia
A Balascia, nell’area del Museo Tematico all’Aperto, tra le altre tracce visibili del lavoro umano vi sono i ruderi di due mandrie, sorta di recinti costruiti  in muratura a secco, di ricovero per il gregge. Parlare di una di queste è, senza dubbio, tornare un po’ indietro, non tanto nel tempo come tale, quanto nel processo economico sociale che, dico io, in sì breve volgere di anni ce ne ha allontanati. Cercando, appunto, di fare memoria attraverso il polverone che ci divide e facendoci condurre da quel filo immaginario che ci può unire, vediamo se, in breve,  è possibile manifestare il mio intento.

La mandria, nella vita agro pastorale di anni addietro assumeva importanza quasi vitale per i rapporti tra gregge (di capre soprattutto) e pastore; per questo la sua collocazione nell’azienda godeva di non poca riflessione. Tra le tante opportunità che doveva assolvere vediamone alcune: vicinanza alla casa del pastore, luogo asciutto, base solida, in leggera pendenza e al riparo dai venti.

Il recinto, spesso, era alto e sormontato da (lu rasittu) frasche dure e pungenti (rami di ginepro) per dissuadere le capre dal loro facile saltare. L’unico accesso era assicurato da un cancello  in legno (la ‘jaca) di ginepro od olivastro (nibbaru o uddhastru) costruito dallo stesso pastore. Poteva aprire verso l’interno o l’esterno poiché il perno era sistemato, solitamente, al centro del muro che lo reggeva. Il fermo era sovente risolto con due legni amovibili che conficcati nel muro, nel lato opposto al perno, ne assicuravano la chiusura e ne favorivano l’apertura.

Una pertinenza immancabile illa mandra capruna era (lu salconi)  il ricovero dei capretti destinati alla commercializzazione. Si trattava di un tunnel o corridoio a sezione triangolare con ingresso dall’interno della mandria e corpo esterno ad essa. Questo particolare era quello che distingueva la mandria delle capre da quella delle pecore, generalmente più semplice e spesso un chiuso risolto semplicemente con cisto (mucchju) o frasche simili, e che aveva pavimento in pietrame e pareti interne in tronchi che si incontravano verso l’alto per essere coperti ancora con zolle di terra o pietrame stesso.  I tronchi potevano essere sostituiti da lastre in granito le cui estremità superiori si incontravano per assicurare la maggior stabilità.

Una mandria poteva avere uno o più salconi, a seconda della capienza o della quantità dei capi che componevano il gregge. Altro particolare era il sistema di chiusura: una sorta di tronchi di lunghezza decrescente verso l’alto erano tenuti da due tronchi conficcati nel terreno che seguivano la stessa geometria della sezione del ricovero e ben fissati all’estremità superiore. L’apertura e la chiusura avvenivano togliendo o  aggiungendo gli appositi legni nella successione appena annotata. La stessa mandria poteva disporre di vani laterali, nel muro perimetrale, necessari per appoggiare contenitori o altri oggetti necessari alla miglior conduzione della vita pastorale.

I capretti, come accennato, non dovevano da subito seguire le madri al pascolo, poiché si sarebbero esposti a molti pericoli da parte di predatori, sarebbero subito dimagriti e l’approccio con le essenze vegetali che sarebbero andati brucando potevano togliere gusto alle loro carni pregiate; inoltre avrebbero succhiato dalle madri tanto latte che il pastore non ne avrebbe avuto abbastanza da poterlo trasformare in formaggio, direttamente o indirettamente, né assumerne lui stesso per il suo necessario sostento.

Altra caratteristica riscontrabile nella mandra capruna poteva essere la parte coperta con frasche (lu barraccu) per dare al gregge e al pastore mero riparo durante la mungitura e, dopo, mentre consegnava i capretti alle rispettive madri per la poppata serale o del mattino.

In questi ambienti si esprimeva il pastore, tra i rigori delle stagioni e gli imprevisti più vari che potevano  riguardare malattie e morienze di capi o scarsità di pascolo, poca resa di latte, carenza di capretti da destinare alla vendita e, non ultimo, calo di prezzo del prodotto.

Il suo vivere poteva essere sano, spensierato e bucolico ma spesso  si manifestava in sacrifici e attese mai compensate. Non sempre il canto che esprimeva dietro il gregge veniva da soddisfazioni ma bensì dalla necessità  di dare ragione alla su stanchezza e senso alla sua solitudine. Non nella certezza ma nella speranza i pastori del mondo e di questa contrada hanno tradotto la vita fino a noi; ora la ricerca sfrenata del più e del meglio ci ha introdotto in una nuvola ingannevole dalla quale pare trapeli sempre,  maggiore arrendevolezza e meno serenità....

Paolo Demuru


martedì 10 aprile 2018

Immagini

Paolo, 1958

Questa è l’immagine di un ragazzino di un tempo ormai passato che ogni tanto mi capita di incontrare e, solo per brevità, non vi dico quanto  tempo  sia trascorso da quand’era così giovane. Vi dirò semplicemente che è la foto di un carissimo amico che per giocare si era dovuto costruire i giocattoli da sè; inventandoli ed adattandoli a situazioni e condizioni specifiche e particolari. Li costruiva con inventiva e soprattutto con passione affinché quei manufatti non fossero solo occasioni di  distrazione o peggio di arido perditempo ma bensì l’espressione di sè stesso e delle sue attese. Erano le miniature di realtà umane, capaci di soddisfare veri ed impellenti bisogni, prove di riuscita e allo stesso tempo trastullo semplice e sano.

Durante un colloquio che ho avuto di recente, mi ha anche confessato che varie volte fu tentato di pescare qualche trota nel torrentello vicino alla sua casa ma l’unica volta che ne ebbe afferrata una, prima di uscire all’asciutto  la soddisfazione si tramutò in delusione profonda perché il pesce era di nuovo libero in acqua.

Costruiva le barchette in sughero e, stanco di vederle in movimento solo affidandole alla corrente, ne munì qualcuna di elica e all’elica vi collegò un elastico, girando l’elica a mano in senso tale che allo srotolamento  la rotazione dell’elica faceva muovere per un certo tratto la barchetta. Ma se questa era provvista di timone e posto in una certa inclinazione la barca poteva seguire un percorso circolare e tornare al punto di partenza; comodo, no?

Aggiunse che si intestardiva a portare e riportare il maialino da latte al centro del guado per vederlo nuotare fino a riva ma questi si spazientì e gli lasciò un segno indelebile sul pollice destro... che dovette asciugarsi  al sole prima di presentarsi in casa il giorno che aveva usato per barca il contenitore in alluminio che la mamma riservava per portare al fiume i panni da lavare... che per catturare il vento costruiva eliche di asfodelo o di ferula quando queste essenze erano seccate al sole.

Ma un giorno egli partì per un paese piuttosto distante, la brezza rimase indisturbata e le trote nel fiume non corsero più rischi dalle sue maniAnzi, spiegava che in seguito, venne a sapere che le trote scomparvero subito dal torrentello della sua infanzia perché pescate da altre mani di maggior presa.. Pure l’acqua prese a scorrere sempre meno per via delle scarse piogge. E il maialino, e la barchetta che pur fecero tanta storia per quel ragazzino? Bene, solo storia, solo immagini, solamente Ricordi fissati, indelebili nella mente di chi li ha vissuti. Per questa volta quel giovincello di tanti anni fa non mi ha confidato altro... se dovesse farlo ancora non farò a meno di riferire, con la stessa fedeltà e premura di oggi, sicuramente.


Paolo Demuru

venerdì 30 marzo 2018

mercoledì 14 marzo 2018

Un Gatto nel “Museo"

Il gatto del Museo

Qualche settimana fa ero a Balascia in gradita compagnia di amici, e del Museo all'aperto. Al rientro pomeridiano, dopo il solito frugale e veloce pranzo, abbiamo avuto la gradita sorpresa di un ospite garbato e delicato. Garbato per il suo apparire semplice e fiero, disinvolto e affettuoso, delicato perché il suo passaggio, leggero e rispettoso, non lascia tracce che in qualche modo possano turbare la quiete e l’armonia che dovrebbero legare la natura con gli esseri che la popolano.

Si è trattato di un bel gattone dalla pelliccia lussuosa, pulita e rossiccia, dal passo lento e quasi cadenzato, dallo sguardo felice. Si è avvicinato a noi, in tutta confidenza e rispetto, strusciando più volte la sua faccia e il suo corpo ai nostri pantaloni, per darne, secondo me, assoluta prova. Ci ha accompagnato devotamente per tutti i nostri spostamenti, anche a lunga distanza, più spesso seguendoci ma talora precedendoci, dopo le nostre fermate. 

Al nostro richiamo, sempre più insistente, non mancava mai da parte sua un segnale, un cenno, uno sguardo, di apprezzamento o comunque di interesse da parte sua al nostro interloquire. Probabilmente era solito recarsi nell’area dell’Oasi in vaghe escursioni di caccia o solo d’amore, tanto era spensierato e a suo agio ovunque ci ha seguito. Certo, qualche peccatuccio l’avrà pur commesso, ma sempre per lo stomaco e non per cattiveria o insano agire. Qualche uccellino lo avrà predato, abbandonandone le piume dopo il dovuto cerimoniale, e lucertole al sole ne avrà avvinghiato, liberandosi esse inutilmente della loro coda per distrarlo dal crudele pasto...

Di tutto questo e per null’altro reo, se non per la vita e per conservare la specie, per competizione sacrosanta e naturale e per rispondere fedelmente a leggi severe dove si distingue e si identifica la vita stessa. Anche l’uomo si è dato leggi severe, fino ad essere a volte poco chiare e interpretabili; intanto l’abilità umana è misurata, non con il metro dell’osservanza e del rispetto, bensì, con quello, fallace per tutti, del disimpegno o della trasgressione.

A questo punto mi giova sentitamente tornare al mio ospite, distinto nell’atteggiarsi e composto nel suo fare fino al momento duro del congedo. Quando la nebbia leggera, spinta dal vento, aveva avvolto noi nell’area della nostra escursione e il felino dalla pelliccia striata, decidemmo di salutarlo con l’auspicio di incontrarlo ancora.

Ci osservò negli ultimi preparativi seduto e attento e quando lo riverimmo di sfuggita, prima di chiudere la portiera della vettura, il suo sguardo si era già fatto serio e malinconico, un po’ come il nostro, pensando che le sensibilità che vanno scemando negli uomini possiamo ravvisarle, meno male, ancora nel volto dei nostri compagni di viaggio qualora per un attimo gli degnassimo di uno sguardo.

Paolo Demuru

giovedì 1 marzo 2018

Lattoni, lu frailagghju

Dentista, Paolo Demuru, 2018

Vi focciu un contu avvinutu tempu fa, ma d’avveru, in una ‘iddha di la Gaddhura. Antonimaria era un ciòanu di tutt’altu sanu e valenti, cuiuàtu da pocu e illu meddhu pisà la familia. 

Com’agghju dittu, netitu e bonu ma di dentatura minguenti. Denti nill’era ‘inutu mancu altu senza dulori e fastidiu ma, da pocu aìa un massiddhaleddhu chi l’era paldimintendi: piccheddhi a nott’e di e attediu pal dugna cosa da no pudessi cumbattà manc’a ghjettu. 

La cummari, chi stagghjìa a fiancu, arries’a lu puntu di sigrittassi la muddheri e impunilla in chistu ‘essu:
-Palchì no li puniti in capu d’andà unde Lattoni, lu frailagghju, chissu ni sa più di lu diaulu... inventa, impriasta, faci e poni... ca lu sà chi no li faccia calche maìa di falli be’-? 

-Uài, cummari mea-, rispundisi l’alta, -pa lu bonu sia lu chi m’aèti pruppostu, appena torra, si no è spasimatu da lu dulori villa dicu e spiremu d’avviltinni middhori; ghjà n’aemu bisognu cu li steddhi minori in fila e un’altu arriendi...-

Appena turresi Antonimarìa, maccari affrittu e attidiatu ascultesi tuttu lu chi li disi la femina e subbitu ci scisi dizzisu a intindè lu chi l’arìa dittu Lattoni, lu frailagghju.

Chistu trabaddhàa in un pindiacciu spaddh’a ventu; a perra di drentu nieddhu più di lu ‘farru, illi muri e illi trai. Ancora li passoni, una ‘olta ‘ntrati, pariani paldì dugna sumiddha e turrassi nieddhi come lu calboni chi brusgiàa ‘llu fraili. Lu malcappittatu appena passatu lu mitali s’accustesi a l’omu c’era pistendi farru caldu e li disi, abbrendi la bucca e tucchndis’a una perra:
-Figghjulami chistu casciali chi m’è fendi paldì lu sintitu...-

Lu maniscalcu, ghindendilu a occhj’a ghjanna, sill’astrolachesi be’ a fundu cumputendi cu li mani nieddhi, pal sincerassi di lu di fa. Dachi vidisi be’ la situazioni li disi:
-Accòllu lu denti chi ti doli, tant’è veru chi si moi, aspetta chi li femu la midicina...-.  
Andes’a un’almarieddhu chi v’era ‘llu muru e ni buchesi unu spau longu e ben’impiciatu, lu liesi a lu casciali cu un bon nodu e invitesi Antonimarìa a pusassi addanazi a l’alcotina, a undi lu liesi, prichendilu di stassi mut’e chiettu. Un omu chi v’era da primma rittu e cuntrastendi silli punisi a li spaddhi e Lattoni alligresi lu focu ‘llu fraìli. 

Punisi illu calboni ‘ncesu un farru a ‘rruì sempri ciavanendi cu l’amicu. Candu s’avvidisi chi chiddhu farru era a puntu di scagghjassi lu piddhesi cu la tinaddha e l’accustesi furriosu a li tivi d’Antonimarìa. Chistu, a la ‘ista di lu foc’arriendi, des’una ‘nculdata in daretu. Sarìa maccari cadutu da lu banchitti si l’omu ch’aìa a li spaddhi no l’aìssia mantesu ten’a pisassinni cilchendisi lu bunettu chi, pal fultuna, aìa ancora ‘n capu. 

Dachi s’aìsi appena, Lattoni li des’a bucciddhà una buccata d’acetu da un’ambula nieddha chi buchesi da l’almariu di lu spau. Cu la mani illa spadda l’accumpagnesi a la sciuta, ancora sustu; però chena lu denti... chena dulori, senza spesi e nè riciuta.

Chistu avvinisi ‘n viritai, a cantu mi stesi rifirutu e no solu, dapoi tutti silla sighìsini allegri e cuntenti!

Paolo Demuru