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domenica 22 marzo 2020

A Nostra Signora di Balascia



A N. S. di Balascia

O Tu  che dall'eremo granitico
miri limpidi cieli
e verdeggianti tutt'intorno i boschi
esprimendo felici
vivo sentimento di Madre Natura;
qui dalla preistoria l’uomo
s’inchina alle Sue note
ed ai sacrifici piega la fronte.
Tu, benigna ascolta
l’affanno che il morbo ci comporta,
presto n’allevia i dolori
e l’ansie a noi riduci.
Passata la tempesta,
instilla in tutte le genti bisognose
rispetto dell’ambiente vivo e sano
a si che ne goda spirito e corpo.
Rincuorati e forti
sarà sorriso a colui che sorride,
poesia ciò che circonda,
canto se s’innamora;
ascolta Nostra Signora.

Paolo Demuru

martedì 22 gennaio 2019

Tu chi li sireni...(novella)

 A sinistra il poeta  tempiese Pasquale Ciboddo, 
al centro il monumento al cantore Luigino Cossu,
 a destra Paolo Demuru

Circa un anno fa essendo per un giorno a Tempio pensai di invitare l’amico poeta e scrittore Pasquale Ciboddo, cantore della natura, a trascorrere un pomeriggio nel mio “Museo Tematico all’Aperto” a Balascia in cerca di diversivo e forse di qualche immaginaria Befana persasi là, tra lecci e graniti.
La nostra passeggiata si svolse nelle solite piste comode e facili da superare anche nei punti di maggiore pendenza.

Una delle tante soste la facemmo presso il monumento a Luigino Cossu, re e maestro del bel canto gallurese; ricordammo la sua famosa disisperata e ne ripassammo il testo. Ziu Luiginu ci fissava con il suo sguardo di basalto e il suo riso malizioso, forse un po’ compiaciuto per avergli concesso un angolo sottovento rivolto verso La Trinitai da dove si era allontanato giovinetto per destinarsi a vivere in queste contrade. Qui coltivò la vita contadina e il canto spesso ricevendo i suoi amici, anch’essi dall’ugola dorata: Antonio Stefano Demuru e Mario Scano, confrontandosi spesso le rispettive forze canore. Qui anche noi confrontavamo i nostri commenti su questi personaggi, ormai del passato ma di cui ci piace tenerne vivo il ricordo, soprattutto delle loro virtù in materia d’arte canora. Quantomeno si erano spesi per esibire la loro dote e per lasciare a noi un esempio di  passione che ci onoriamo di ricevere e trasmettere.

Mentre trattavamo di queste cose ci colse una certa nebbia che ci avvolse profondamente isolandoci da tutto, perfino dal monumento che avevamo a pochi passi. Tra quella nuvola leggera e impalpabile sentivamo soltanto un leggero soffio di vento fischiare sulle cime alte dei pini in modo armonico e delicato e poi... una voce indistinta e soave che cantava deliziosamente questo sonetto. Non so quale dote io stesso debba ringraziare per essere riuscito a tenerlo a mente cosi chiaro da poterlo trascrivere integralmente...

Tu chi li sireni abbagli ‘n fundu d’ea
e di lu mari rifretti li spiragli
sei beddha tantu candu ridi e cagli
chi t’ama cali d’amà no n’à videa.
Intantu specchj illu celi profundu
la biddhesa toia e li sprandori,
regina di mari di tant’amori, 
di te già poni dì biddhes’amena;


di culori sei  spalta in tarra e celi,
e ni sei di la me ‘ita la cumpagna,
tristu pal cal’anda spaglendi veli
e pàldi di gudinni la cuccagna.

Pàldi gudinni lu meddhu trisoru
chi gagna ‘n valori la prata e l’oru.

Non si tratta di testo usato né conosciuto e ogni riferimento a vecchie opere è puramente casuale. La voce del cantore non era nota né era  chiaramente  o in qualche misura riconducibile ad alcuno conosciuto. Potremo ricondurla a qualcuno, non più tra noi, che pur avendone il bel dono non l’ha mai praticato o esibito in vita e ne ha voluto far dono proprio a me e all’amico in un momento di particolare trasporto? E il testo, a chi poteva essere rivolto? Ad una bella addormentata tra i lecci del “Museo” su un letto di lavanda e coperta di viole? La donna con la quale qualcuno trascorreva la vita e ne decantava grazie e virtù? La stessa natura incontaminata che qui abbraccia ogni cosa, persino il visitatore virtuoso che con garbo si appresta a mirarla chinando quasi il capo in segno di riverenza e rispetto? O la Madre di tutte le madri, che  dalla chiostra granitica protegge quest’area, come dono inalienabile alla vita? Beh, le domande sono tante e per me rispondere ad una sarebbe riduttivo per le altre; lascio la scelta al solerte lettore, che sono certo, sarà più acuto di me in questo caso.

Intanto che il canto si allontanava e la nebbia si diradava, pensavamo di aver percorso un lungo tratto di strada rapiti dalla profonda melodia; eravamo ancora a pochi passi da ziu Luiginu che non aveva cambiato per nulla la sua espressione. Io e l’amico, tornati sulla terra, scuotemmo entrambi il capo e prendemmo la via dell’uscita parlando d’altro che qui non tratto. E la Befana che in cuor nostro ipotizzavamo di incontrare? Ebbene, l‘avevamo proprio incontrata: era sicuramente in quella musica incantata che ci giungeva dalla cima dei pini, in quei versi accorati, nel verde dei lecci, nel grigio millenario dei graniti e, accolta, la portavamo con noi in un antro segreto del cuore.


Paolo Demuru

venerdì 29 giugno 2018

Progetto culturale in difesa dell'ambiente nel nostro Museo all'Aperto

Testo poetico in Gallurese


Con questa prima epigrafe su lastra di rame abbiamo dato inizio al nostro progetto culturale relativo all'esposizione, all'interno del nostro Museo all'Aperto, di poesie o sillogi riguardanti la natura, affinché il Museo diventi anche un luogo di riflessioni riguardo al rispetto e alla difesa dell'ambiente.




lunedì 6 novembre 2017

Antonistevanu


Era ormai quasi buio quando comparve alla porta una persona a cavallo: parlò con i miei e poi proseguì il suo cammino. Non poteva trattenersi oltre quella sera perché doveva raggiungere un altro casolare di parenti. Era Antonistevene ‘emuru, come era chiamato e conosciuto a Berchidda dov’era nato il 2 febbraio del 1901.
Era sulla cinquantina ed io forse sui cinque o sei anni. In seguito sentii parlare spesso di quest’uomo dai miei, ricordare le sue doti di compositore e cantore dei suoi stessi versi, amabile e di buona compagnia. Gradiva trascorrere molto del suo tempo a rendere visita ai suoi parenti nella Gallura di Oschiri, specie in occasioni di matrimoni, battesimi, cresime o semplici ammazzatogghj di polcu (la tradizionale uccisione del maiale), sempre disponibile ad esibire la sua bella voce, a fare si che l’intrattenimento, di qualsiasi natura fosse, raggiungesse  un buon risultato.

Negli anni settanta andavo spesso a trascorrere periodi di ferie con moglie e figli piccoli a Vilgagghju; con mio suocero, parlavamo spesso di quest’uomo, docile e spensierato, non troppo fortunato in amore ed affetti ma dotato di ugola e poesia e, ormai, su con gli anni. Nei primi d’autunno del 1978, mio suocero mi chiese di accompagnarlo a Berchidda per rendere visita al caro parente. Non me lo feci ripetere due volte. Ci preparammo, presi la macchina e subito fummo in strada, decisi ad incontrare Zi’Antonistevanu.

Seguimmo la via più breve per cui svoltammo a sinistra alla fine del primo troncone del ponte Diana e per l’allora strada bianca giungemmo senza fatica al luogo desiderato. Berchidda, un piccolo slargo -Chissa podaria esse la casa d’Antonistevanu- (quella potrebbe essere la casa di d’Antonistevanu), disse mio suocero, ed io fermai prontamente il mezzo per un attimo di riflessione. Mentre, dall’interno della vettura, ci guardavamo intorno un anziano, vagamente curvo e con un pentolino in alluminio alla mano destra arrivò ed entrò dalla porta socchiusa che avevamo già osservato. -Millu mi’, chiss’è iddhu- ( eccolo, è lui), concluse mio suocero. Scesi e ci apprestammo alla porta che era divenuta socchiusa e bussammo; una donnetta snella ma non più fiorente aprì, ci scrutò ed esclamò facendo, con un inchino, un passo indietro e chiamando, poi, il fratello Ite so idende! Abbaida Antonistè’ ite bell’improvvisada.  Abbà’! E benennidos..., intrades... (Che cosa sto’ vedendo! Guarda Antonistè’, che bella improvvisata, guarda! E benvenuti…, entrate…) - Seguirono strette di mano, abbracci, convenevoli vari, abbondanti ed affettuosi.

Prendemmo posto in alcune poltroncine, presso un tavolo, circondati dalle premure dell’anziano cantautore e della sorella Giovanna Maria. Ammaliati da mille chiacchiere, consumammo insieme una cenetta niente male a base di formaggi, salsicce e qualche sorso di buon vino delle assolate pendici del Limbara. Zi’Antonistevanu ricordava con trasporto ad uno ad uno i parenti della vallata di lu Rìigghjolu, le prove di canto con Mario Scano e Luigino Cossu a “Frati Cani”, così come le tante serate sui palchi, perfino a Cagliari e Genova. Ricordò con commozione le due figliole lontane e il distacco dalla consorte con dovizia di particolari. Raccontò delle riflessioni e dei momenti malinconici trascorsi in solitudine, lontano dai palchi e dagli amici che tanto voleva vicini. L’ora trascorse così velocemente che quando ci ricordammo di dare uno sguardo all’orologio, questo segnava le cinque del dì seguente. La sorella Giovanna Maria, scusandosi, si era ritirata già da diverse ore nella stanza attigua. Non ci restava che prendere con noi la copia del libro che il nostro ospitante aveva pubblicato l’anno precedente, che tanto ci aveva caldeggiato, perché i versi contenuti erano la sua vita, la sua gioventù giullaresca, la sua fragilità, la sua saggezza conquisa a caro prezzo.

Rientrammo a casa inseguiti gradevolmente dal chiarore dell’alba portando con noi le premure della gentile sorella e dell’umile menestrello che tanto aveva allietato, al lume del fuoco o al più, di candela, i parenti e non solo, giovani ed anziani nelle frazioni della Gallura di Oschiri.
L’anno dopo, venimmo a sapere, che era deceduto a Codrongianos in una casa di riposo per anziani.

Paolo Demuru