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giovedì 16 luglio 2020

Luigino Cossu: due parole per un Canto

Lo avevo invitato nel 2017 a visitare il “Museo Tematico all’Aperto” a Balascia e, puntualmente, si era presentato assieme al fratello e il padre.

Li accompagnai a visitare tutti i monumenti cogliendo l’interesse e l’ammirazione del gruppo e, in particolare lo sguardo fisso e interlocutorio di Luigino …  si, sto parlando di Luigino Cossu il giovane, nato ad Ozieri nell’Agosto del 1975, il quale abbraccia la non facile eredità canora dell’omonimo nonno, nato a Trinità d’Agultu nel 1898 e dotato di particolare attitudine al canto.



Luigino ci ha indirizzato una delle sue opere canore, molto sentimentale e dal significato importante e profondo, che abbiamo ascoltato e ascoltiamo con piacere. 

L’abbiamo voluta inserire nel nostro Blog 

https://drive.google.com/file/d/1GQDUhrySUAPLyv4bGX_RDAu5k43YO7zl/view?usp=sharing

affinché tutti gli amici che ci seguono possano beneficiarne e condividerne virtù e intenti.

 

Ascoltiamo il pezzo intonato dal nostro cantante idealmente nel Museo di Balascia tra lecci e graniti, i ruderi antichi del nuraghe Ruju, le tracce delle fatiche umane messe nuovamente a nudo dal nostro impegno, tra le figure umane che ci hanno preceduto, anch’esse esprimendo al meglio le doti che per dono hanno ottenuto.

 

In questo campo Luigino, fin da ragazzo, ha operato frequentando oratorio e maestri di canto, esibendosi in piazze e palcoscenici. Ha fatto sodalizio con altri gruppi di pari interesse, ha pubblicato dischi portando il suo repertorio a un numero considerevole di opere conservando lingua, arte e tradizioni.

 

Stiamo attraversando un momento assolutamente difficile, forse il più difficile della storia, ingigantito da disimpegno, lassismo e degrado culturale, economico, sociale e ambientale. Potrebbero le arti e le passioni di pochi far scoccare nell’umanità una scintilla di ripensamento tale da indurre ognuno a frugare, cercare dentro se stesso un briciolo di quella serenità, di quell’appagamento che si va pretendendo da altri e altrove, a volte senza misure o riguardi?

 

La Natura che ci circonda è la migliore culla che ci è stata donata per il primo vagito, per il primo riposo, per il primo richiamo di bisogno; se non l’avessimo avuta non saremmo qui e quando, mai lo voglia Iddio, l’avremo desertificata, noi non ci saremo già più.

 

Il canto di Luigino, che fa eco ai graniti millenari, porrebbe essere portatore di tale messaggio e noi semplicemente lo abbiamo accompagnato da alcune immagini delle realtà museali che si susseguono lungo i percorsi naturalistici che si snodano nell’area della nostra “IDEA”.


Paolo Demuru


E' possibile visionare il curriculum artistico di Luigino Cossu al seguente link:

https://drive.google.com/file/d/1ZOpfMU0JQUjlxxJHvSjg4vgQH2XqEkFH/view?usp=sharing








martedì 22 gennaio 2019

Tu chi li sireni...(novella)

 A sinistra il poeta  tempiese Pasquale Ciboddo, 
al centro il monumento al cantore Luigino Cossu,
 a destra Paolo Demuru

Circa un anno fa essendo per un giorno a Tempio pensai di invitare l’amico poeta e scrittore Pasquale Ciboddo, cantore della natura, a trascorrere un pomeriggio nel mio “Museo Tematico all’Aperto” a Balascia in cerca di diversivo e forse di qualche immaginaria Befana persasi là, tra lecci e graniti.
La nostra passeggiata si svolse nelle solite piste comode e facili da superare anche nei punti di maggiore pendenza.

Una delle tante soste la facemmo presso il monumento a Luigino Cossu, re e maestro del bel canto gallurese; ricordammo la sua famosa disisperata e ne ripassammo il testo. Ziu Luiginu ci fissava con il suo sguardo di basalto e il suo riso malizioso, forse un po’ compiaciuto per avergli concesso un angolo sottovento rivolto verso La Trinitai da dove si era allontanato giovinetto per destinarsi a vivere in queste contrade. Qui coltivò la vita contadina e il canto spesso ricevendo i suoi amici, anch’essi dall’ugola dorata: Antonio Stefano Demuru e Mario Scano, confrontandosi spesso le rispettive forze canore. Qui anche noi confrontavamo i nostri commenti su questi personaggi, ormai del passato ma di cui ci piace tenerne vivo il ricordo, soprattutto delle loro virtù in materia d’arte canora. Quantomeno si erano spesi per esibire la loro dote e per lasciare a noi un esempio di  passione che ci onoriamo di ricevere e trasmettere.

Mentre trattavamo di queste cose ci colse una certa nebbia che ci avvolse profondamente isolandoci da tutto, perfino dal monumento che avevamo a pochi passi. Tra quella nuvola leggera e impalpabile sentivamo soltanto un leggero soffio di vento fischiare sulle cime alte dei pini in modo armonico e delicato e poi... una voce indistinta e soave che cantava deliziosamente questo sonetto. Non so quale dote io stesso debba ringraziare per essere riuscito a tenerlo a mente cosi chiaro da poterlo trascrivere integralmente...

Tu chi li sireni abbagli ‘n fundu d’ea
e di lu mari rifretti li spiragli
sei beddha tantu candu ridi e cagli
chi t’ama cali d’amà no n’à videa.
Intantu specchj illu celi profundu
la biddhesa toia e li sprandori,
regina di mari di tant’amori, 
di te già poni dì biddhes’amena;


di culori sei  spalta in tarra e celi,
e ni sei di la me ‘ita la cumpagna,
tristu pal cal’anda spaglendi veli
e pàldi di gudinni la cuccagna.

Pàldi gudinni lu meddhu trisoru
chi gagna ‘n valori la prata e l’oru.

Non si tratta di testo usato né conosciuto e ogni riferimento a vecchie opere è puramente casuale. La voce del cantore non era nota né era  chiaramente  o in qualche misura riconducibile ad alcuno conosciuto. Potremo ricondurla a qualcuno, non più tra noi, che pur avendone il bel dono non l’ha mai praticato o esibito in vita e ne ha voluto far dono proprio a me e all’amico in un momento di particolare trasporto? E il testo, a chi poteva essere rivolto? Ad una bella addormentata tra i lecci del “Museo” su un letto di lavanda e coperta di viole? La donna con la quale qualcuno trascorreva la vita e ne decantava grazie e virtù? La stessa natura incontaminata che qui abbraccia ogni cosa, persino il visitatore virtuoso che con garbo si appresta a mirarla chinando quasi il capo in segno di riverenza e rispetto? O la Madre di tutte le madri, che  dalla chiostra granitica protegge quest’area, come dono inalienabile alla vita? Beh, le domande sono tante e per me rispondere ad una sarebbe riduttivo per le altre; lascio la scelta al solerte lettore, che sono certo, sarà più acuto di me in questo caso.

Intanto che il canto si allontanava e la nebbia si diradava, pensavamo di aver percorso un lungo tratto di strada rapiti dalla profonda melodia; eravamo ancora a pochi passi da ziu Luiginu che non aveva cambiato per nulla la sua espressione. Io e l’amico, tornati sulla terra, scuotemmo entrambi il capo e prendemmo la via dell’uscita parlando d’altro che qui non tratto. E la Befana che in cuor nostro ipotizzavamo di incontrare? Ebbene, l‘avevamo proprio incontrata: era sicuramente in quella musica incantata che ci giungeva dalla cima dei pini, in quei versi accorati, nel verde dei lecci, nel grigio millenario dei graniti e, accolta, la portavamo con noi in un antro segreto del cuore.


Paolo Demuru

venerdì 29 giugno 2018

Progetto culturale in difesa dell'ambiente nel nostro Museo all'Aperto

Testo poetico in Gallurese


Con questa prima epigrafe su lastra di rame abbiamo dato inizio al nostro progetto culturale relativo all'esposizione, all'interno del nostro Museo all'Aperto, di poesie o sillogi riguardanti la natura, affinché il Museo diventi anche un luogo di riflessioni riguardo al rispetto e alla difesa dell'ambiente.




giovedì 1 marzo 2018

Lattoni, lu frailagghju

Dentista, Paolo Demuru, 2018

Vi focciu un contu avvinutu tempu fa, ma d’avveru, in una ‘iddha di la Gaddhura. Antonimaria era un ciòanu di tutt’altu sanu e valenti, cuiuàtu da pocu e illu meddhu pisà la familia. 

Com’agghju dittu, netitu e bonu ma di dentatura minguenti. Denti nill’era ‘inutu mancu altu senza dulori e fastidiu ma, da pocu aìa un massiddhaleddhu chi l’era paldimintendi: piccheddhi a nott’e di e attediu pal dugna cosa da no pudessi cumbattà manc’a ghjettu. 

La cummari, chi stagghjìa a fiancu, arries’a lu puntu di sigrittassi la muddheri e impunilla in chistu ‘essu:
-Palchì no li puniti in capu d’andà unde Lattoni, lu frailagghju, chissu ni sa più di lu diaulu... inventa, impriasta, faci e poni... ca lu sà chi no li faccia calche maìa di falli be’-? 

-Uài, cummari mea-, rispundisi l’alta, -pa lu bonu sia lu chi m’aèti pruppostu, appena torra, si no è spasimatu da lu dulori villa dicu e spiremu d’avviltinni middhori; ghjà n’aemu bisognu cu li steddhi minori in fila e un’altu arriendi...-

Appena turresi Antonimarìa, maccari affrittu e attidiatu ascultesi tuttu lu chi li disi la femina e subbitu ci scisi dizzisu a intindè lu chi l’arìa dittu Lattoni, lu frailagghju.

Chistu trabaddhàa in un pindiacciu spaddh’a ventu; a perra di drentu nieddhu più di lu ‘farru, illi muri e illi trai. Ancora li passoni, una ‘olta ‘ntrati, pariani paldì dugna sumiddha e turrassi nieddhi come lu calboni chi brusgiàa ‘llu fraili. Lu malcappittatu appena passatu lu mitali s’accustesi a l’omu c’era pistendi farru caldu e li disi, abbrendi la bucca e tucchndis’a una perra:
-Figghjulami chistu casciali chi m’è fendi paldì lu sintitu...-

Lu maniscalcu, ghindendilu a occhj’a ghjanna, sill’astrolachesi be’ a fundu cumputendi cu li mani nieddhi, pal sincerassi di lu di fa. Dachi vidisi be’ la situazioni li disi:
-Accòllu lu denti chi ti doli, tant’è veru chi si moi, aspetta chi li femu la midicina...-.  
Andes’a un’almarieddhu chi v’era ‘llu muru e ni buchesi unu spau longu e ben’impiciatu, lu liesi a lu casciali cu un bon nodu e invitesi Antonimarìa a pusassi addanazi a l’alcotina, a undi lu liesi, prichendilu di stassi mut’e chiettu. Un omu chi v’era da primma rittu e cuntrastendi silli punisi a li spaddhi e Lattoni alligresi lu focu ‘llu fraìli. 

Punisi illu calboni ‘ncesu un farru a ‘rruì sempri ciavanendi cu l’amicu. Candu s’avvidisi chi chiddhu farru era a puntu di scagghjassi lu piddhesi cu la tinaddha e l’accustesi furriosu a li tivi d’Antonimarìa. Chistu, a la ‘ista di lu foc’arriendi, des’una ‘nculdata in daretu. Sarìa maccari cadutu da lu banchitti si l’omu ch’aìa a li spaddhi no l’aìssia mantesu ten’a pisassinni cilchendisi lu bunettu chi, pal fultuna, aìa ancora ‘n capu. 

Dachi s’aìsi appena, Lattoni li des’a bucciddhà una buccata d’acetu da un’ambula nieddha chi buchesi da l’almariu di lu spau. Cu la mani illa spadda l’accumpagnesi a la sciuta, ancora sustu; però chena lu denti... chena dulori, senza spesi e nè riciuta.

Chistu avvinisi ‘n viritai, a cantu mi stesi rifirutu e no solu, dapoi tutti silla sighìsini allegri e cuntenti!

Paolo Demuru

martedì 13 febbraio 2018

La minestra di latti

Minestra di latti, Paolo Demuru, 2018

Antonagnulu s’era briatu cu lu babbu e sinn’er’andatu  a sta in viddha. S’era cuiuat’a mannu cu una femina di pocu più manna d’iddhu. Aìsi robba di fiddholi primma chi lu tempu punissia li so’ limiti. Era vulintarosu e trabaddhadori però, cumbinazioni si desi, ch’andes’a sta accult’a un ciddheri e dugna sera lu fraquintàa. Gjucàa ‘ calti, s’imbinzinàa e ni riccuìa cu lu ‘inu malu e facìa chistioni cun muddher’e fiddholi... era divintatu una palcossa. La muddheri no sapìa undi punissi lu capu pal cilcà di strassillu palchì proppiu no vidìa comu tirà a innanzi. Comu riccuìa pricuntàa di cosa v’aìa pal cena e mandàa lu mascittu a la palma di la ghindata pal fass’arricà l’ambula di lu ‘inu, biancu o nieddhu, a sigunda di lu magnu e dapoi, come chi no bastessia, andàa iddhu a la  bruttèa e si scumpìa.

La muddheri disisperata arries’a lu puntu di piddhanni algumentu cu la cummari, femina saia e di sintitu, di lu malu ch’er’affruntendi: -Socu passendi li peni di lu ‘nfarru cun chist’omu, bon’e primurosu, ma di ‘inu malu chi no si po dì. Cassisìa magnu li faccia o biancu o nieddhu no li de’ mancà e dapoi si scompi unde lu bonu di Tazzoni, ‘lla ghindata. Oi, cummari mea, candu so pari campà e murì, no v’è altu d’agghjugnì...!-
-Cummà’, no v’abbattìti, no vi det’a tarra-, rispundisi la ‘icina, -la palti chi tucches’a me no villa contu tantu la sumiddha l’è affattenti, ma cilcheti stramezi o svii, siddh’ancora pudeti... o maccari... appruntetili minestra di latti... eu la scumbattesi cu lu chi no s’agatta e n’avviltisi middhori...-

Dittu fattu. Subbitu sinn’impriesi cu l’asettu di chiddhu chi ghjoca punendi fidi ill’ultimi calti. A la ‘ntrinata la cena era pronta, calda e puntuali e candu Antonagnulu riccuisi salutesi lu mascittu punendili la mani ‘n capu e accustendis’a la muddheri li disi ‘n bonumori: -Cosa c(i)’à pal cena?-
-No sapìa proppiu cos’ulminà stasera e, tantu pal cambià, agghju pruat’a fa un pocu di minestra di latti.-

-Bon’abbedhu-, disi lu maritu, -m’ammentu ‘ulinteri candu la facìa la poara mamma, saurita ‘n bucca e sana ‘lla la ‘entri... poni la banca...pon’a magnà-, e vultendis’a lu fiddholeddhu, -anda mascittu meu unde Tazzoni e l’ai a dì di datti di chissu ‘inu nieddhu ch’à illa cupa manna, però stasera poltati la fiasca e torrannilla piena, dapoi ghjà v’accost’eu...-. Lu steddhu invecci di piddhà l’ambula ch’era ‘n bassura si stiresi a spiccanni la fiasca e s’avviesi, come solitu, a la palma di la ghindata.

Paolo Demuru

martedì 30 gennaio 2018

Ma era un sogno (ma er’un sonniu)

Paolo Demuru - monumento a P. Cerchi poco prima di essere collocato a Balascia nel Museo Tematico all’Aperto
...ero tra persone conosciute e in un ambiente indefinito ma non del tutto estraneo alle mie conoscenze. Tra gli altri, mi si presentò dinanzi un volto noto che mentre tentava di sedersi su di un piano piuttosto basso, lamentando la sua incipiente artralgia, mi allungava, con la mano sinistra, un libro dentro una busta semi trasparente tanto che facevo fatica a leggerne titolo e autore. Io mi sentii commosso e allo stesso tempo debitore di un caloroso ringraziamento per il regalo ben gradito che stavo per ricevere. Mentre allungavo la mano titubante vidi chiaro il volto del gentile amico, pallido e incorniciato da capelli bianchi e con un leggero sorriso. Volevo dire qualcosa ma balbettavo dentro di me mentre osservavo altri libri in una borsa a fianco dell’amico, leggermente chino nell’atto del sedersi, senza proferire parola.

Ora credo sia giunto il momento di dire chi era costui. Era Placido Cherchi in un’atmosfera da sogno che, meditabondo come al solito, porgendomi un regalo prendeva posto a sedere di fronte a me. Non proferì parola e neanche io feci in tempo a farlo poiché tutto cominciò a svanire in fretta. Non mi dispiacque la visione perché si trattava di un amico, e neppure il gesto, perché ho sempre gradito i suoi scritti.

L’evento fugace che ho appena raccontato poteva essere successo veramente durante i vari momenti in cui sono andato a la Conciareddha a trovarlo, dove spesso abbiamo parlato del più e del meno. Ma l’incontro che ricordo con maggior interesse e trasporto è quello che risale al l ottobre 2011.

Lo avevo incontrato il giorno precedente di fronte all’ingresso della pineta e ci demmo appuntamento per il seguente.
L’indomani, verso le nove ero a Balascia. Feci un giro nella pineta, poi mi avviai a la Conciareddha e trovai Placido intento a ricollocare un’anta del cancello d’ingresso alla corte della sua casa. L’aveva trasportato dal punto in cui lo aveva riverniciato, aiutandosi con la carriola perché era piuttosto pesante.

Tra l’altro mi confidò: -Inoghe ch’at duas cosas de timere, sa frommìia e su sorighe proitte tottos duos si mandigan donzi cosa. Sa frommìia est in tott’ue e sos sorighes micch’an’ mandigadu tenamente sos filos de su motore e appo rischiadu de no mi paltire sa macchina...(Qui ci sono due cose da temere, la formica e il topo poiché tutti e due rodono ogni cosa. La formica è ovunque e i topi mi hanno rosicchiato anche i fili del motore ed ho rischiato che non mi partisse la vettura).

Ma Placido non si faceva certo scoraggiare da formiche e topi, anch’essi compagni di viaggio, come non si scoraggiava delle persone, a volte, difficili da raggiungere e da intrpellare, o poco disposti ad ascoltare. Tra l’argomentare mi parve di scoprire quanto, ormai, conosceva Balascia nelle sue forme naturali e nelle abitudini consolidate. Parlammo per un paio d’ore e toccammo vari argomenti; il sogno di questa notte trascorsa è stato breve ma intenso e capace di risvegliare sentimenti lontani e profondi, confermare o no il passato e, in qualche modo, togliere un velo al futuro. A questo punto, essere un po’ sognatore non mi dispiace alquanto.

Paolo Demuru

domenica 14 gennaio 2018

Un viagghju ‘mpruisatu




"Lu Muvroni", 9 gennaio 2018
L’alta dì par un celtu bisognu socu andatu a li palti mei, a la sola. Agghju presu l’occasioni pal fa una scappata a Balascia. Era da tempu chi vulia ‘idè lu statu di lu ’accili anticu accult’a lu Monti di la Greddhula. Era da abbeddhu arimutu e n’aìa guasi paldutu l’ammentu, tante veru chi par agattallu v’agghju deùtu pissà  no pocu. A furia di brea cu la lama e la frasca chi lu cuàa socu risciùtu e vinenni a capu.

M’à fattu piaceri videnni li muri in bona cundizioni maccari ‘lla malesa, no l’intrati senza li ghjachi e d’animali mancu lu mintou. A dugna modu tuttu facìa ammintà la so’ ita e funzioni: ricuì vacchi e viteddhi e, igniru, passoni affaccendati. Abali è a sumiddha di ‘ecchju, a l’appogghju pa lu fritu, pissend’a lu passatu e prichendi pa lu ‘inienti. Pa lu passatu no li pudemu fa più nuddha, pa lu ‘inienti ‘emu l’aminu d’agghjutallu a passàllu comu mireta un’omu riccu d’anni e di sintitu, chi à patutu e fattu, chi à prummissu e datu. Intantu, solu cu la so’ umbra di muru ‘mbarrittatu c(i)’ammenta un caminu fattu ed unu di fa: lu soiu e lu nostru...

Cun chisti pissamenti mi socu allalgatu da lu ‘accìli canutu, pienu di scopa e lama, pissendi a la so’ cundizioni di disagiu e lu ‘ntentu di punivvi manu. Ma, pal chissu ben alt’aìmini vi ‘ulìa e m’è bastatu l’aèllu ‘istu e lu bonu pruppositu soiu e meu.

Turrendi a caminu m’è vinuta la gana di fammi una scappata a lu pindiu, a lianti, a la scupalta di pelchj e conchi. Vulìa ‘mbiccà  boli di parrici e maccari un lepparu assustatu, pissendi di ‘ntanassi. Agghju nutatu la natura alliciata pa la siccagna e calche fioriceddhu fora stasgioni pal via di lu tempu ch’à paldutu la so’ cadenzia. Tra la lama chi mi trubbìa e li monti chi mi chjudìani agghju fatt’a paru cu una rocca cuncata. M’à cuntintatu la so’ biddhesa tantu chi no agghju fatt’a mancu di pultamminni un’ammentu maccari lu pindìu e la bruttesa no m’èrani di cuffoltu. Agghju stintatu ad agattalli la misura ma, poi, mi socu deùtu arrindì a lu chi agghju pudutu e sighì l’andata. Era cun mecu la so magghjna d’animalu. anticu più di l’omu, fissatu ‘llu granittu pa no scumparì mai. Chissa ’isura indumata da li seculi s’era ammaestrata a li me’ disici tena stammi ‘lla busciàccara, cagliat’e chietta.


Li cimi di l’alburi non mi facìani ‘idè chjaru undi m’agattàa. Mi sarìa paldutu? Ma candu mai! Lu soli, a scampu da una neula a l’alta mi dicìa di punillu ‘n fattu... La bureddha e l’alcummissa mi lassani lu nuscu ‘lli calzoni come a lu Tinori Birraldinu candu ‘n tali custeri andàa ‘n caccia. Eu però no aìa né fusili e né caltucci e né mancu signali di fera appiccata a la cintula di peddhi. Pultàa solu un apparicchjeddhu a folma di tabacchera chi, senza fà cioccu e né fumu, pò solu adducà ammenti, sciutà passioni, fa cumpagnìa muta e sana. In chissu me’ andà aìa sminticatu par una frìa tribbulìi ed inganni di l’omu e di lu tempu. Era in paci cun tutti e tutti m’erani in paci, tuttu mi dagghjìa faori e cuffoltu però da fora lu soli ni signàa lu mezudì e da drentu chjaru sintori di fami m’avviltìa ch’era ora di turrà a l’usuali.


Contravvenendi a chisti naturali cumandamenti socu accustatu a la punta di lu Muvroni e agghju ghindatu l’occhj a Ghjucantinu e gudendimi la costa di Limbara agghju sigutu vessu lu mezudì, tra li bandi di lu Riìgghjolu. M’è vinutu dananzi l’Uttareddhu, Carragghju e la Turrina e lu canali, proppiu lu Canali, tenament’a lu Laccheddhu. Candu la luccicura di lu lagu m’à aggghjummai abbagliatu la ‘ista agghj’abbassatu lu capu e vultatu li me’ passi pal turrà a lu settili; pal piddhà un mossu e avviamm’a lu cumandu chi no pudìa mancà.

Paolo Demuru

giovedì 16 novembre 2017

Il mio sogno dantesco

Dante, Virgilio e Catone a Balascia, gessetti su cartoncino

Ogni tanto mi capita di sognare, a volte anche stranezze, capaci di sconvolgere o mutare completamente le realtà concrete o astratte a cui il sogno stesso o la mente mia fa richiamo.

Appena questa notte ho sognato una scena che tutta si richiamava al momento in cui Dante e Virgilio, usciti a mondana luce dopo il periglioso inferno, vagano per trovare la via per proseguire il loro viaggio. Non erano nella spiaggia del Purgatorio, come appunto recita la Commedia ma bensì appena all’entrata del Museo Tematico, a Balascia.

Guardatisi intorno, come fa l’uomo che vuole rendersi conto dove sia, e volto per un attimo lo sguardo verso la statua di San Francesco, ebbero comunque una sorpresa. Gli apparve subito Catone, coperto da nobile tunica; la sua barba bianca e folta, la fronte alta e i suoi capelli un po’ scompigliati denotavano alquanto la sua erudita saggezza.

Ora, continuare in prosa il dialogo che ne seguì sarebbe per il lettore troppo lungo ed io rischierei di essere noioso e banale. Potrei, mio malgrado, annoiare anche il più paziente dei miei amici. Poiché a questi limiti non ho mai ambito, mi sono rivolto alla rima, alla stessa a cui si era affidato Virgilio nel famoso colloquio con Catone. Questa spesso dà la facoltà di semplificare ed evitare fronzoli inutili che distraggono da quello che è il vero oggetto da trattare. Ecco dunque il riepilogo del colloquio avvenuto nel mio sogno, forse frutto della fantasia del mio inconscio o reminiscenze delle ore notturne impiegate a tradurre la famosa Commedia dantesca in Gallurese...

Non so invero se i due poeti, in seguito, siano passati per la spiaggia del Purgatorio ma il sogno mi porterebbe alla convinzione che Virgilio si sia fermato tra i poeti e i cantori del Museo e Dante, sorridendo, abbia proseguito fino all’altura dove l’occhio vaga il finito, meditando l’infinito. Catone, dal canto suo, aveva già intuito che ogni salita porta al monte e ne aveva concesso volentieri il passaggio.

Il mio sogno era già svanito, come tutti i sogni, e il misero bagliore che trapelava dalle tapparelle mi annunciava senza ombra di dubbio che un’altra giornata era da affrontare.

Virgilio e Dante incontran Catone;
meravigliato e pien di commozione:
- d’onde voi venite pel Purgatorio
lungi da la spiaggia del promontorio
e chi siete, prima di proseguire
verso l’altura dell’eterno gioire?-
Virgilio: - Da lu ‘nfarru abal’abali;
chista ‘ntrat’abbalta par intrà gali

vistu n’aemu a li pedi di l’altura
passendi comu semu ‘lla Gaddhura.
Santu Franciscu c’è dendi lu ‘gnittu
par alzà sigur’e celti a lu sittu.
Di siguru cinn’è mustrendi la ‘ia
pal vidè lu locu ‘n und’è Maria.
Pessa chi ‘n chiss’alzata ghjà vi stocu eu
cu l’antichi e li noi di l’abbentu meu.

Avviati no ci semu pa la straccura
però d’attraissavi ghjà n’aèmu cura.-

E Virgilio e Dante così decisi
non vi furon da Catone indecisi,
anzi, questi da vegliardo e saggio
volentieri concede il passaggio;
il sommo poeta raggiunge l’altura, 

Virgilio il Limbo, in minor misura.

Paolo Demuru

giovedì 21 settembre 2017

Li Pricunti (Il fidanzamento)

Ecco cosa scrive  "La Gazzetta del Medio Campidano" del 15 settembre 2017, pagina 13, a proposito della commedia in Gallurese di Paolo Demuru intitolata "Li Pricunti".


martedì 26 luglio 2016

Va, pensiero (Anda, pissamentu)



"Anda, Pissamentu", acquerello su carta, Paolo Demuru, 2016


Ieri  sera, dopo cena, non avevo voglia di leggere e neppure di scrivere e mi sono dedicato ad ascoltare musica; ho divagato dalle canzonette fino alla musica classica. Ho riascoltato dal Nabucco quel bel coro del 1842, “Va, pensiero”… un canto di esuli di tanto tempo fa. 

Il testo supera di poco il secolo e mezzo, i fatti che lo hanno ispirato, invece, si sono rinnovati, da tempo immemorabile, continuamente fino a noi, un po’ esuli, un po’ oppressi, un po’ sconfitti. Come il poeta Solera potrei anch’io, in un momento di raccoglimento nel versante dei ricordi invitare, se non altro, il mio pensiero, a vagare, o meglio, a posarsi sulle colline dove profumate spirano le brezze libere e leggere del luogo natio. 

Potrei invitarlo anche a salutare i siti a me più cari, di cui conservo maggiormente immutato ricordo, o quelle realtà che mi sono state vicine e ormai sottratte o scomparse: non potrei fare a meno di accorgermi, in tal caso, quanto ho perso per quel che ho guadagnato e le rimembranze che emergono nel mio petto non sono altro che il racconto del passato. Trarrei dalle tragedie solo dolore se non mi venisse incontro una tal forza a dare senso alle mie fatiche, al mio disagio interiore. 


Meditando su quel canto ottocentesco mi sono chiesto come avrebbe suonato se lo avessi voluto tradurre nella mia lingua d’origine, in Gallurese (in Cossu)…



Anda pissamentu subbr’ali ‘nduriati

e and’e posati in settil’e coddhi,

in undi cantani libar’e moddhi

li frini dulci di lu locu natiu.



Di lu riu li so’ ribbi saluta,

di li so’ licci li trunchi caduti;

oh me’ tarra si beddha ë palduta,

oh l’ammentu si caru ë fatali.



E sonu beddhu di l’antichi fati

palchì mutu da l’alburu pendi;

li mimorii ‘llu pettu n’accendi

e ci mintoi d’un tempu passatu.



O solu da l’usciati ghjà fatti

ni trai sonu di crudu lamentu,

o ti spiri lu Signori unu ‘ntentu

chi n’infundia ‘llu patini viltuti.



Chissà se qualche futuro Verdi  intingerà mai spartiti per le mie quartine e mai orchestre strapperanno lunghi applausi in teatri affollati… ma che importa. 

Gli applausi sono pur sempre il fragore, il suono di mani che manifestano il giusto plauso a un’opera ben riuscita, la musica il suono degli strumenti accordati a modo per vestire d’incanto talora versi struggenti, la poesia resta comunque la musica del cuore, la danza della verità, la voce dello spirito.



Paolo Demuru

lunedì 27 giugno 2016

Un sogno insolito



Paolo Demuru, "Dante e Beatrice", acquerello, 2016



L’altra notte per me è stata piena di sogni… eh sì, i sogni spesso sono curiosi perché si configurano in auspici o in ricordi nostalgici oppure sconfinano nella sfera dell’impossibile. 

Ero in un luogo a me familiare, che però non so proprio precisare, e vidi giungere un uomo sulla cinquantina con passo sicuro e cadenzato; coperto da una vestaglia lunga che gli dava un aspetto dignitoso e quasi regale. Lo sguardo era meditabondo, l’occhio vivo e penetrante, la fronte avvolta in un telo colorato e al braccio sinistro tre libri

Era accompagnato da una donna elegante e sinuosa, leggera e gentile, coperta d’un velo bianco e un abito rosso sotto un mantello verde, parlava a voce bassa e con il sorriso. 

L’uomo dal saggio aspetto, parlava poco ma asseriva assai, concedeva più tempo all’ascolto che alla parola…


Come li vidi avvicinare feci un passo indietro ma l’uomo al quale pareva che nulla sfuggisse, arrivato di fianco a me voltò lo sguardo e con voce sensuale e avvolgente mi disse in buon fiorentino:


-Ovvia!, visto che tu t’hai tradotto ’n gallurese la mi’ Comedìa mettine qualche terzina nel tu’ blog, non si sa mai ch’altri se ne ‘nnamori, visto che nelle scole m’han quasi dimenticato; oh quanto mi garba star un po’ tra la tu’ gente, o per meglio dir su la tu’ collina, tra gli amici che tu hai testé celebrato…-


Mentre mi apprestavo timidamente a rispondere la saggia figura, proferite affettuosamente queste parole, sparì e così anche quella  dell’avvenente compagna. 

Rimasi solo a meditare in un bel viale tra grossi alberi dove una flebile brezza componeva tra le cime più alte dei pini un lontano concerto di violini mentre ai lati della pista, tra erici, lecci, lavanda ed elicriso, vedevo svincolarsi da blocchi di basalto grigio volti che  mi apparivano già visti. Però sorpreso mi chiesi: come? Blocchi di basalto tra i graniti? 

Ebbi un sussulto e quasi mi svegliai. Nel sonno residuo riuscii a ricordare quel saggio e quella bella dama, di lui ben più giovane che l’accompagnava e conclusi: ma questi forse in qualche occasione li ho conosciuti e, dovrei assecondare…



22  Eu ghjà vidis’a lu dí cumincendi

 la palti d’orienti tutta ruiata,

e ill’alti palti sirenu lucendi;



25  e cara di soli pa alzann’umbrata,

cussì ben’attemparata da umori

e da l’occhj umanu suppultata:



28  cussì ‘ndrent’a chissa neula di fiori

chi da man’agnelichi alzà ni duìa

falendi ‘ndrent’e fora mori mori,



31  subbra ‘ candidu telu cinta d’ulia

femina parisi, suttu ‘eldi mantu

tutta ‘istuta ‘llu culori di fiama ‘ia.     

         

(Purgatorio,  canto XXX vv. 22-33)



Paolo Demuru

venerdì 3 giugno 2016

Il Gallurese




Come suona il Gallurese?

Ed ora, per chi non l’avesse mai letto,  proviamo a immaginare il suono del Gallurese leggendo una personale versione del famoso sonetto Dantesco “Tanto gentile e tanto onesta pare…”



«Tantu amabili e sinzera pari

la femina mea cand’altu saluta

chi dugna linga, trimendi s’ammuta

e l’occhj no l’arriscan figghjulata.

Iddha n’anda, ‘ntindendisi lodata,

benignamenti d’umiltai ‘ïstuta

e ghjà pari cosa chi ni sia ‘inuta

da cel’a tarra ‘ miracul dotata.

Sinni mustra piacenti a ca’ la mira

chi da l’ucchjata n’indulci lu cori,

chi sirialla no la pò ca no la proa;

da li labbri soi pari chi sinni moa

unu spiritu suai pienu d’amori

ch’anda dicendi a l’amina: Suspira.»



P. Demuru