venerdì 12 luglio 2019

Oggetti curiosi del passato


Li Bucugnuli


Certi oggetti del passato non godono più di notorietà, anzi, una volta usciti dall’uso comune rischiano di scomparire per sempre. Anche quelli dell’immagine potrebbero essere in odore di scomparsa.
Per questo motivo li ho cercati, in un cassetto che apro sempre di rado e li ho recuperati, giusto per questo scatto. Ma, di che cosa si tratta?

"Li bucugnuli" erano ricavati da legno vario, corbezzolo, erica, olivastro o altro legno disponibile nell’area interessata, per meglio dire pascolata, poiché siamo in campo agropastorale, e a costruirli era proprio il pastore nei momenti in cui conduceva il gregge (caprino) al pascolo.

Tali manufatti si completavano con una fune (originariamente) di orbace attorcigliata su se stessa e resa solidale alle due estremità del particolare legno. Esso era scolpito dall’abile mano del capraro con il suo coltellino bene affilato che teneva sempre in tasca ed era subito pronto all’uso. Andiamo ora a scoprire proprio quest’uso.

I capretti destinati a vita, cioè a rinfoltire il gregge, venivano affidati alle madri al pascolo ma, per fare si che tutto il latte non fosse da essi succhiato, il pastore collocava il famoso oggetto fra le sue mascelle assicurandolo con la corda in orbace alle proprie corna che andavano prendendo forma. Fino allo svezzamento il capretto doveva sopportare, di notte e durante il giorno (dopo la poppata mattutina e serale, quindi), questa sorta di ciuccio o succhiotto o cilicio (direbbe il capretto) per preservare più latte al pastore.

Era una distrazione, un passatempo, anzi un impedimento, inventato con l’arte della pastorizia stessa e tenuto in uso (nei piccoli greggi) fino a parte del secolo scorso. Forse poco pratico quando si tratta di gregge numeroso, considerato il prezzo del latte e il tempo impegnato per l’applicazione. 

Oggi mungitura e altri impegni sono più razionali; risolti con macchinari che tengono conto di tempi e quantità, costi e ricavi immediati. I tempi e le misure sono altri, lo spazio per la storia e ben poco, travolto dal frastuono del presente e il futuro è spesso tra le nebbie, le interminabili chiacchiere e le promesse articolate che non si avverano quasi mai.

Paolo Demuru


venerdì 10 maggio 2019

L’ombra della luna



Quando ero bambino si era ancora soliti sedersi le sere d’inverno presso il camino acceso a sgranocchiare arachidi o arrostire castagne sotto ceneri e carboni roventi. La luce, a volte scarseggiava, o era solo quella del fuoco, acceso per cuocere vivande e per creare un angolo caldo che conciliasse la riunione della famiglia dopo cena.

In quei momenti le persone più anziane erano solite ricordare eventi del loro passato, vissuti o tramandati oralmente. Si trattava sovente di eventi tragici, ironici, intrecciati di fantasmi ed eroismi, spesso gonfiati dal recitante del momento; si trattava di intrattenere i bambini e conciliare sonno agli adulti che, spesse volte, organizzavano l’andata a dormire prima della fine della novella.

Fra le tante me ne viene alla mente una risalente a parecchi anni prima che io nascessi...
Erano i tempi in cui la strada Oschiri-Tempio era piuttosto giovane ( forse trentenne, si ricorda che detta via era stata aperta intorno al 1870) e da Tempio scendeva a passo non certo sostenuto un uomo sulla cinquantina. Era da parecchio tramontato il sole quando aveva superato le ultime case della cittadina ma la notte era stellata e poi la luna, non ancora sorta, avrebbe schiarito la via larga e sgombra da mezzi. Superato l’abitato di Fundu di Monti si apprestò ad affrontare le ultime curve, in ombra prima di raggiungere  L’Utaru, l’attuale Passo del Limbara. Doveva raggiungere l’Agnata, località non distante dalla cantoniera di Gaddhau.

Arrivando al detto passo si trovò la luna al fianco sinistro, tutta d’argento, con il suo sorriso malizioso come quello di chi fa promesse sicure ma da onorare sempre in data da destinarsi. Il passante calzava scarpe pesanti con la suola chiodata pantaloni di fustagno, la camicia bianca senza colletto a punte sotto un gilet (lu cansciu) di velluto e, infine, la giacca di velluto anch’essa. Portava sulla spalla sinistra una piccola bisaccia in lana bianca e con dei ricami a colori con all’interno poche  spese (l’ncumandìzii) appena fatte in città. Si era di mezza stagione, ma era prudente portare il capo coperto, specie se incombeva l’umore della sera; infatti, calzava il lungo cappuccio nero (la barretta) che li arrivava fino alle spalle.

Aveva con se un oggetto particolare, allora molto comune, di cui raramente si faceva a meno. Quest’oggetto infondeva sicurezza e solennità, esigeva riguardo e rispetto, era per così dire un amuleto. Era capace di dare coraggio e forza. Da molti era usato con grande rispetto e tanta cautela, da altri anche a sproposito. Era il suo fucile e lo teneva appeso alla spalla destra, sempre pronto per essere impugnato in maniera facile e veloce in quei momenti in cui l’uso o la difesa personale potevano essere ritenuti assolutamente necessari.

Ma torniamo al soggetto, ancora alle prese con la dolce luna del Passo che si apprestava ad avere proprio di fronte, quando per un involontario sguardo verso destra intravide come una figura scura dietro di se; sorpreso guardò la strada davanti a lui ampia e chiara, a tratti coperta di ghiaia granitica e, molto insospettito, sfilò l’orologio dal taschino del gilet. Abbassando lo sguardo  vide le due frecce sul dodici. Era mezzanotte, l’ora dei fantasmi, delle anime purganti e di non so quali altre incombenze che dissuadevano assolutamente dal farsi sorprendere in certi siti in quell’ora. Voltò, nuovamente, la coda dell’occhio con tanta circospezione e vide ancora la figura nera dietro di se ancora più grande e minacciosa di prima; sembrava raggiungere le sue calcagna, gli sembrò che stava per aggredirlo, agguantarlo, ingoiarlo... Non c’era troppo tempo da perdere: o vincitori o vinti. Scese l’arma dalla spalla e con fare deciso e rispettoso segnò  con il pollice destro una croce sulla base delle canne... sollevò i martelli, voltatosi di scatto scaricò, con tutta la potenza delle polveri contenute il carico di piombo che stava all’interno delle canne su quell’ombra silenziosa che lo seguiva.

Le pallottole roventi si infransero in infinite schegge sul pavimento duro della strada con atroce miagolio e l’uomo, riportata in spalla la sua arma fedele, riprese il cammino verso l’Agnata. Sicuro che il maligno non fosse più minaccioso dietro di sé proseguì senza dare peso all’ombra che lo seguiva ancora.

La luna si affaccia sempre sul passo del Limbara con la sua luce e forma ancora ombre impalpabili e innocenti come allora e qualche segno di piombo non manca.


Oggi, osservando il cartello che indica la località che sta sulla collina, ad ovest del passo impallinato, verrebbe da pensare: o qualche scheggia di quelle antiche pallottole ancora vaganti lo ha colpito, oppure qualche superstizioso dei giorni nostri ha pensato di sbarazzarsi di chissà quale maligno alla maniera del passato.

Paolo Demuru

lunedì 11 marzo 2019

Le emozioni scultoree di Paolo Demuru, di Paolo Pais.

Di seguito l'articolo che parla delle sculture del nostro museo, pubblicato dal critico d'arte Paolo Pais sulla rubrica Il Portico dell'Arte del 10 febbraio 2019.



martedì 19 febbraio 2019

L'aratro

L’aratro è sicuramente un’opera dell’ingegno umano fra le più antiche e fra le più degne di rispetto e osservanza; dal modello più semplice ci ha accompagnato per secoli, fino a quelli enormi e attuali che vediamo, sempre più di rado, sfrecciare tra le vie ingombre di veloci motorini e vetture varie e variopinte.

La storia antica si è fregiata, per così dire, di aratri in legno, tratti da un ramo contorto benché facile all’usura ma capace di tracciare un solco sul terreno ammorbidito dalle piogge autunnali e coprirvi i semi appena gettati. L’uomo, nel tempo, lo ha reso sempre più idoneo allo scopo e più duraturo. Appuntito e a base triangolare in modo da smuovere più terra e rivoltarla affinché il seme fosse più protetto e più a contatto della terra umida, facilitandone la germinazione in condizioni appropriate; vi ha, in seguito, protetto la parte appuntita calzandola con il vomere (l’albata), apposita camicia metallica, resistente all’usura e al tempo e conservando in legno le parti meno direttamente esposte all’impatto con il terreno.

Questo mezzo umile e semplice ha accompagnato per millenni i nostri predecessori. In molte aree del mondo fa ancora un tutt’uno con i contadini di oggi non ancora detronizzati e cancellati da colonizzatori-speculatori armati di rombanti mezzi capaci di travolgere la faticosa ma profonda saggezza contadina nel volgere di qualche stagione.

Ma più che alle sorprese economico-sociali che siamo soliti subire mi piace tornare all’aratro di un tempo, maneggevole e leggero, che quasi grattava o accarezzava la terra come per solleticarla ad essere generosa e prolifica, quasi per chiederle tante spighe turgide e curve per ogni chicco affidatole con trepida attesa. Si, questo mi piace pensare e scrivere: pensare alla terra appena arata, fumante al mattino novembrino come le narici dei buoi che traevano a passo lento quel semplice arnese che rivoltava la terra umida, scura e tiepida. Mi piace ricordare gli uccelli che a frotte si posavano sulle zolle sperando nell’incontro con qualche verme appena detronizzato o con  briciola di  tubero da poco messa a nudo. L’uso dell’aratro, questo e più di questo era capace di mostrare, suscitando fascino sempre nuovo.

L’aratro in legno ha piano piano ceduto il passo a quelli in ferro in certe aree meno di un secolo fà, ma credo che il ricordo non debba cedere il passo a nessuna invenzione dell’oggi e del domani, comunque ambita ed importante. La sua figura semplice e smaliziata, il suo servizio lungo e sincero sono stati la fiducia di infinite generazioni e per questo lo vogliamo ricordare oggi, se non altro nelle sue fattezze.


In Gallura gli aratri in legno più comuni erano due: l’aratro corso (aratu cossu) e l’aratro sardo (aratu saldu). Il primo, forse un po’ più rozzo aveva più parti aggiunte, appariva più pesante e più arcaico mentre il secondo era più sobrio, compatto, più leggero e risolto con  meno aggiunte. Le immagini delle miniature possono persuadere più di ogni descrizione lunga e noiosa.

Paolo Demuru

Esemplare di aratro corso (aratu cossu)

Esemplare di aratro sardo (aratu saldu)

martedì 22 gennaio 2019

Tu chi li sireni...(novella)

 A sinistra il poeta  tempiese Pasquale Ciboddo, 
al centro il monumento al cantore Luigino Cossu,
 a destra Paolo Demuru

Circa un anno fa essendo per un giorno a Tempio pensai di invitare l’amico poeta e scrittore Pasquale Ciboddo, cantore della natura, a trascorrere un pomeriggio nel mio “Museo Tematico all’Aperto” a Balascia in cerca di diversivo e forse di qualche immaginaria Befana persasi là, tra lecci e graniti.
La nostra passeggiata si svolse nelle solite piste comode e facili da superare anche nei punti di maggiore pendenza.

Una delle tante soste la facemmo presso il monumento a Luigino Cossu, re e maestro del bel canto gallurese; ricordammo la sua famosa disisperata e ne ripassammo il testo. Ziu Luiginu ci fissava con il suo sguardo di basalto e il suo riso malizioso, forse un po’ compiaciuto per avergli concesso un angolo sottovento rivolto verso La Trinitai da dove si era allontanato giovinetto per destinarsi a vivere in queste contrade. Qui coltivò la vita contadina e il canto spesso ricevendo i suoi amici, anch’essi dall’ugola dorata: Antonio Stefano Demuru e Mario Scano, confrontandosi spesso le rispettive forze canore. Qui anche noi confrontavamo i nostri commenti su questi personaggi, ormai del passato ma di cui ci piace tenerne vivo il ricordo, soprattutto delle loro virtù in materia d’arte canora. Quantomeno si erano spesi per esibire la loro dote e per lasciare a noi un esempio di  passione che ci onoriamo di ricevere e trasmettere.

Mentre trattavamo di queste cose ci colse una certa nebbia che ci avvolse profondamente isolandoci da tutto, perfino dal monumento che avevamo a pochi passi. Tra quella nuvola leggera e impalpabile sentivamo soltanto un leggero soffio di vento fischiare sulle cime alte dei pini in modo armonico e delicato e poi... una voce indistinta e soave che cantava deliziosamente questo sonetto. Non so quale dote io stesso debba ringraziare per essere riuscito a tenerlo a mente cosi chiaro da poterlo trascrivere integralmente...

Tu chi li sireni abbagli ‘n fundu d’ea
e di lu mari rifretti li spiragli
sei beddha tantu candu ridi e cagli
chi t’ama cali d’amà no n’à videa.
Intantu specchj illu celi profundu
la biddhesa toia e li sprandori,
regina di mari di tant’amori, 
di te già poni dì biddhes’amena;


di culori sei  spalta in tarra e celi,
e ni sei di la me ‘ita la cumpagna,
tristu pal cal’anda spaglendi veli
e pàldi di gudinni la cuccagna.

Pàldi gudinni lu meddhu trisoru
chi gagna ‘n valori la prata e l’oru.

Non si tratta di testo usato né conosciuto e ogni riferimento a vecchie opere è puramente casuale. La voce del cantore non era nota né era  chiaramente  o in qualche misura riconducibile ad alcuno conosciuto. Potremo ricondurla a qualcuno, non più tra noi, che pur avendone il bel dono non l’ha mai praticato o esibito in vita e ne ha voluto far dono proprio a me e all’amico in un momento di particolare trasporto? E il testo, a chi poteva essere rivolto? Ad una bella addormentata tra i lecci del “Museo” su un letto di lavanda e coperta di viole? La donna con la quale qualcuno trascorreva la vita e ne decantava grazie e virtù? La stessa natura incontaminata che qui abbraccia ogni cosa, persino il visitatore virtuoso che con garbo si appresta a mirarla chinando quasi il capo in segno di riverenza e rispetto? O la Madre di tutte le madri, che  dalla chiostra granitica protegge quest’area, come dono inalienabile alla vita? Beh, le domande sono tante e per me rispondere ad una sarebbe riduttivo per le altre; lascio la scelta al solerte lettore, che sono certo, sarà più acuto di me in questo caso.

Intanto che il canto si allontanava e la nebbia si diradava, pensavamo di aver percorso un lungo tratto di strada rapiti dalla profonda melodia; eravamo ancora a pochi passi da ziu Luiginu che non aveva cambiato per nulla la sua espressione. Io e l’amico, tornati sulla terra, scuotemmo entrambi il capo e prendemmo la via dell’uscita parlando d’altro che qui non tratto. E la Befana che in cuor nostro ipotizzavamo di incontrare? Ebbene, l‘avevamo proprio incontrata: era sicuramente in quella musica incantata che ci giungeva dalla cima dei pini, in quei versi accorati, nel verde dei lecci, nel grigio millenario dei graniti e, accolta, la portavamo con noi in un antro segreto del cuore.


Paolo Demuru

sabato 29 dicembre 2018

Il mio viaggio a Balascia. Articolo di Lorenzo Di Biase.

Di seguito un articolo scritto dal Prof. Lorenzo Di Biase, il quale riporta le sue riflessioni sul viaggio che lo portò a visitare Balascia.

Balascia, chiesa di San Giovanni, foto di Lorenzo Di Biase

Balascia, campanile della chiesa di San Giovanni. Foto di Lorenzo Di Biase.
Mi recai a Balascia per effettuare un servizio fotografico a me necessario in quanto sono l’autore del libro titolato “DON FRANCESCO MARIA GIUA. L’UNICO PRETE SARDO CONFINATO DAL REGIME FASCISTA”, edito dall’A.N.P.P.I.A. Sardegna nel 2010.

Il libro racconta le vicissitudini vissute dal prelato a seguito di una delazione circa un sermone da lui tenuto durante una messa domenicale nella chiesetta di Balascia, poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia nel secondo conflitto mondiale. Questo fatto fu portato alla conoscenza dei Reali Carabinieri di Ozieri che istruirono la pratica, dopo aver raccolto la denunzia di un abitante della piccola frazione montana. Denuncia che però fu rafforzata dal fatto che alla fine furono ben quattro abitanti che la firmarono. Alla fine  la Commissione Provinciale per l’Ammonizione ed il Confino di Polizia riunitasi a Sassari, nel Palazzo della Prefettura, in data 19.06.1940 condannò Don Giua, che continuava a dichiararsi innocente, a due anni di confino di polizia da scontare in Basilicata nella località di Pisticci. Don Giua venne accusato di disfattismo e di essere pericoloso in linea politica. Egli partì dunque per l’esilio anche se in seguito la Commissione per l’Appello ridusse la condanna ad un solo anno.

Dunque il fascismo irruppe prepotentemente nel piccolo borgo di Balascia, un luogo montano della bellissima Gallura composto da un modesto raggruppamento di case e di abitanti all’epoca tutti dediti alla pastorizia e all’agricoltura. Un luogo isolato in cui domina la pace con una natura ricca ed affascinante in cui gli alberi e gli arbusti sardi spadroneggiano indisturbati anche se spesso sono piegati dalla forza del vento, che riesce persino a modellare i maestosi graniti galluresi.

Vi arrivai una domenica mattina d’inverno. Una mattina carica d’umidità e di nebbia ma senza pioggia. Il cielo risultava coperto da uno spesso strato di nubi. Insomma, una tipica giornata invernale davvero fredda e certamente non invitante per gite fuori porta. Attraversai il paese di Oschiri senza incontrare né traffico né persone. Qua e là mi imbattevo in un bar aperto ma non si vedeva nessuno, perché alcuna persona si avventurava in giro per le strade ed i marciapiedi risultavano desolatamente vuoti. Inforcai la strada statale per Tempio Pausania e su un ponte oramai datato attraversai il lago del Coghinas coperto da una fitta nebbia che pian pianino cercava di salire verso l’alto, verso i monti. In effetti l’acqua neanche si vedeva e sembrava di galleggiare su un mare di nebbia. Il silenzio era inquietante. Io continuavo a procedere con un’andatura lenta per godermi lo spettacolo della natura ma con una certa paura dettata dall’essere circondato dal nulla. Anche gli  animali erano spariti. Nessuna traccia di mucche né di pecore e neanche di uccelli. C’era il vuoto! Tutto evidentemente era ancora addormentato. Per altro io non sapevo di preciso dov’era la strada per Balascia se non un generico indizio che prima o poi avrei trovato una indicazione. E così fu. Dopo aver lasciato alla mia sinistra una casa abbandonata e aver effettuato un imprecisato numero di curve davvero impegnative raggiunsi il Passo del Limbara e subito dopo svoltai a sinistra alla volta di  Balascia. La strada era indicata da un cartello di colore bianco riportante BALASCIA con una  scritta in nero. La percorsi. Era decisamente stretta ma asfaltata, circondata da maestosi graniti e da una fitta vegetazione tipicamente sarda, che mi portò ad un agglomerato di case, una ventina ad occhio e croce, e alla Chiesa di San Giovanni Battista, piccola ma accogliente e direi decisamente carina. Qui trovai parcheggiate un paio di autovetture. Tutte le case rigorosamente chiuse, così come anche la chiesetta. La nebbia che ancora opprimeva il paesaggio. Ma almeno c’era segno di vita. Un paio di cani abbaiavano in lontananza, sicuramente disturbati dal passaggio della mia autovettura.
Pensai di aver fatto un viaggio a vuoto. Sicuramente ero partito molto presto ed arrivai a Balascia attorno alle nove e un quarto del mattino. Girai a piedi nelle stradine del borgo per poi convergere sul sagrato della chiesa e lì pensi a Don Giua. Alla sua omelia domenicale innanzi ad ottanta persone ed alla sua frase incriminata “l’Italia era alla vigilia della guerra la quale sarebbe stata guerra di distruzione dell’umanità”. Lui inoltre era solito trattenersi a fine messa per parlare coi fedeli, per scambiare quattro chiacchiere prima del pranzo domenicale. E lì parrebbe che egli, quasi proseguendo il suo sermone, disse che per evitare la guerra “bastava eliminare Hitler e […]”.
Pensai che queste affermazioni certamente non potevano recar alcun danno al potente regime fascista. Quale rovina poteva arrecare un umile prelato di campagna al potente regime fascista?  In effetti poi un uomo di chiesa com’era Don Giua non poteva che sostenere che la guerra portava lutti e distruzione e dichiararsi a favore della pace. Dubito poi seriamente che la frase su riportata e pronunciata nel sagrato della chiesa possa essere stata per davvero detta dal sacerdote. Ma tant’è. Il pugno duro del regime si abbatté senza nessun tentennamento a Balascia schiacciando sia l’uomo che il prete che fu sradicato dalle sue abitudini quotidiane per venire prima arrestato e poi tradotto a Pisticci con i ferri ai polsi, circondato da un nugolo di Carabinieri e di Camicie nere, come se fosse un delinquente della peggior specie. Perché per il regime fascista gli oppositori politici erano peggio dei delinquenti comuni. Venivano considerati degli appestati e come tali isolati.
Balascia è tutto questo per me. E’ sì un borgo ameno, sperduto nei monti galluresi, ricco di una splendida  natura selvaggia. Ma per me è anche un luogo carico di storia dove è stata scritta una oscura pagina a cura dell’imponente macchina repressiva fascista. La delazione. La denuncia. L’arresto. Il confino. Un curato di campagna contro Mussolini. Allora vinse Mussolini. Ma Don Giua rientrò dal confino per riprendere il suo incarico di vice parroco ad Oschiri anche se poi fu trasferito a guidare la parrocchia di Nughedu San Nicolò sino al suo pensionamento. Ma egli rimase sempre legato ad Oschiri al punto che nel suo cimitero riposano le sue mortali spoglie.
Lorenzo Di Biase


giovedì 6 dicembre 2018

Il Museo nel bosco - La mia isola - Itinerari -



Ecco l'articolo apparso su
La Nuova Sardegna del 1° Dicembre,
a cura del Prof. Giuseppe Pulina.

Nella prima foto il monumento alla flora e alla fauna locali. Nella seconda pagina, nella prima foto, l'autore in compagnia del poeta e scrittore tempiese Pasquale Ciboddo, presso il monumento al cantore di Gallura Luigino Cossu.

Seguono, il panorama del lago Coghinas visto dalla punta di Lu Muvroni, la statua di N.S. di Balascia e infine uno scorcio del monumento a Fabrizio De André