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martedì 12 luglio 2016

La trebbiatrice



La trebbiatura, gessetto, Paolo Demuru, 2016

Ricordo come in un sogno, come in un dipinto dai colori tenui e dal contorno sfumato, il mio primo approccio con la trebbiatrice. Era probabilmente una mattina di luglio, assolata e ben tiepida come tante, ma ciò che andavo a vedere mi entusiasmava e mi incuteva soggezione allo stesso tempo.

Quando arrivai nei pressi dell’antica aia cominciai a vedere una macchina su quattro ruote, nera, che sembrava in procinto di sudare olio dalle sue parti metalliche, e ne sentii subito l’odore nauseante e insolito. A un lato una puleggia e una cinghia che vi partiva per collegarsi ad un'altra macchina, anch’essa montata su quattro ruote ma questa era fasciata in legno e di colore rosso. Ai suoi lati vi erano pulegge e cinghie e attorno uomini intenti a mettere a livello, a sistemare cunei alle ruote, a controllare la tensione delle cinghie e soprattutto quella più grande e incrociata che collegava le due macchine. 

Quando avviarono il motore (prima macchina), un rumore quasi assordante accompagnò una nuvola di fumo denso sprigionarsi da un tubo verso l’alto e una vibrazione, che sembrava trasmettersi ad ogni dove. La cinghia incrociata prese a muoversi e quel movimento si trasmise immediatamente alle altre ai lati della rossa trebbiatrice. Un operatore con il fazzoletto al collo e il capo coperto salì la scala fin sopra e vi prese posto. Altri dalla stessa scala portavano su i covoni (li manneddhi).  

L’operazione di separazione del grano dalle spighe aveva inizio in una nuvola di polvere che piano piano invadeva la piccola area circostante, finché una tenue brezza non le indicava una direzione preferenziale. Al lato della trebbiatrice un operatore si apprestava a sistemare il sacco che lentamente andava riempiendosi di chicchi dorati mentre altri s’impegnavano  a spostare la paglia che dall’ultimo vaglio veniva scaricata meccanicamente. Altri controllavano attentamente passando e ripassando sotto quella cinghia incrociata, chinando il capo e abbassando le spalle per prudenza. 

Anch’io passai sotto quella particolare cinghia, anch’io chinai il capo e abbastanza le spalle, forse fino a mettere parte della schiena in posizione orizzontale. Allontanatomi alquanto pensai di raddrizzarmi ma con sorpresa vidi alcuni ben più adulti di me che mi guardavano sorridenti. Capii subito che sarei potuto passare tranquillamente in posizione eretta, volsi lo sguardo altrove e continuai verso un punto dove la polvere era meno vistosa e il rumore meno assordante per meglio osservare l’insieme dove il tutto mi apparve più normale. 

Già mi sembrava che la stessa operazione a mano e con l’uso di animali, svoltasi per millenni (l’agliola), appartesse al passato. Ero di fronte al presente, anzi al futuro, e non pensavo minimamente che sarebbe bastato poco più di qualche decennio per cancellare questo stesso futuro dalle nostre terre per sempre. 


Ho rivelato solo in parte le sensazioni di quell’ormai lontano mattino di luglio, vissuto da bambino e ricordato da adulto; la parte che non ho citato la lascio volentieri immaginare a chi avrà avuto la pazienza d’aver letto queste poche righe, immedesimandosi in un bambino che non è più...o forse no.



Paolo Demuru

venerdì 24 giugno 2016

La frutta di stagione (criasgia e fichi d’agliola)




Paolo Demuru, La raccolta delle ciliegie, acquerello, 2016
  
Quand’ero fanciullo le botteghe e il mercato nei paesi non si riempivano di frutta di ogni specie quasi tutto l’anno. La presenza di frutta era relativa e aveva carattere locale e stagionale.
Dopo qualche mandarino per Pasqua attendevo con ansia le prime ciliegie (la criasgia).

Con l’arrivo delle giornate soleggiate e  lunghe andavo a vedere tutti i giorni l’albero del ciliegio; ne osservavo i frutti  piccoli, verdi e duri e appena li vedevo ingrossare e cambiare colore facevo immaginaria conta dei giorni restanti all’assaggio sul campo.

Osservavo i rami divenire sempre più pesanti, sempre più bassi e a portata di mano mentre il frutto virava dal giallo al rosso chiaro e infine a quel rosso scuro tipico della  giusta maturazione, via spianata a quell’attesa prova. I primi assaggi non prevedevano lo scarto dei semi e mi chiedo ancora se mai avessero agito da pulitori del mio docile intestino o avessero arrecato altro beneficio, poiché di fatto non ricordo nessun effetto negativo.

In queste contrade galluresi, la ciliegia era il primo frutto di stagione, gustoso e colorato che si poteva cogliere direttamente dall’albero, a testimoniare l’aumento di quel tepore che concludeva la primavera.

La maturazione delle ciliegie era un evento sociale.  Anche la maestra del villaggio si faceva trasportare dall’idea di accompagnare i bambini a farne una abbondante scorpacciata in qualche albero vicino. 

Tutti ne beneficiavano, nessuno escluso; chi non possedeva alberi spesso ne riceveva almeno un cestino pieno in dono dal vicino, dal compare o dall’amico. Dai paesi s’incamminavano frotte di donne, all’occasione sorprendentemente  gentili e riverenti, verso le campagne ricche di alberi carichi di frutti porporini, per farsene larga provvista.

Altri frutti che, dopo breve intervallo, si presentavano nella loro prodigiosità erano i fichi a giugno (fichi d’agliola o di santu Ghjuanni), attesi e graditi; questi erano capaci di addolcire il palato e l’appetito, verdi o neri che fossero, ma la priorità, la sorpresa era sempre riservata alle ciliegie, forse più umili, ma cariche di tanta leggiadria.

Paolo Demuru